UMBERTO CENCIONI NEL LIBRO “CARO SPORT, TI SCRIVO”

Essere attratti dalle moto – da ragazzi – è abbastanza naturale. Per molti versi, anche scontato. Se poi un padre è fortemente legato ai motori, allora è ancora più automatico.

La passione di mio padre era per il motocross, legata a filo doppio con l’amicizia che lo accomunava a Umberto Cencioni, che allora era l’uomo di punta – insieme a Mauro Cenci – del motocross viterbese, che richiamava folle quasi oceaniche al vecchio campo Boario, a La Quercia, alle porte di Viterbo.

Erano i bei tempi dell’Italia del boom economico. E pure quelle domeniche – con il ronzio incessante delle marmitte nelle orecchie  – rappresentavano un momento di sano divertimento. Anche per tanti bambini, che erano presenti lì, accanto al grande fontanile, dove ci si rinfrescava nelle giornate più calde.

Ci si muoveva da una parte all’altra dell’ampio campo di cross, a seconda degli sviluppi della gara, spesso rimediando anche qualche abbondante dose di fango addosso.

In mezzo a quel fango Umberto Cencioni e Mauro Cenci – che avevano un grande rivale nel romano Papi e, talvolta, in Rosatelli – sembravano sguazzarci, sospinti dall’incitamento di tanti Viterbesi che seguivano con trepidazione le loro sfide.

Un po’ meno vincente era l’unica rappresentante del gentil sesso, Paola Dolci, “taglia forte”, che spesso arrivava ultima, ma che destava simpatia in tutti i presenti. Per lei c’era sempre un sorriso e una pacca sulle spalle.

Fare il tifo per Cencioni, quindi, era quasi una questione di famiglia, anche se la stima per Cenci era altrettanto doverosa, visto il valore di quest’ultimo.

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