IL BAGNOREGIO E LE STORIE DELLA SECONDA CATEGORIA

La cittadina di San Bonaventura ha cercato, nel corso degli anni, di trovare una precisa collocazione nella scala  gerarchica del calcio della Tuscia.

Come avviene in tanti altri centri della provincia di Viterbo, ci si gode un attimo di gratificazione sfogliando l’album dei ricordi. Fa bella vista di sé – in tale collezione bagnorese – una stagione particolarmente importante, quella che riuscì a vincere un appassionate  campionato  di seconda  categoria, superando la concorrenza di due ostiche avversarie.

Erano – queste – la Caninese e il Viterbo Cura. La squadra di Canino aveva operato sul mercato senza badare a spese, portando giocatori importanti, come Donati, Iengo e – soprattutto – Romolo Santolamazza, che era stato portiere della Roma Primavera, anche con qualche apparizione sulla panchina della prima squadra.

Aveva ventotto anni, quando decise di accettare la proposta della Caninese, quindi tutt’altro che un giocatore a fine carriera, che va a godersi gli ultimi spiccioli che il calcio di provincia regala.

Il   Cura   di   Lillo   Venanzi,   invece,   era   una   nuova   realtà emergente,  con ambizioni tutt’altro  che  celate. Sul campo  in erba del “San Paolo”, portato alla luce nel bel mezzo dei boschi del Monte Fogliano, posto ai primi tornanti della strada che porta all’Eremo di Sant’Angelo, la squadra rossonera iniziò la sua avventura.

Aveva  assorbito  il titolo  sportivo  dell’Ac Viterbo,  che  aveva iniziato quasi per gioco dalla terza categoria, che era riuscita a trovare, qua e là, anche qualche buon talento, primo fra tutti quel Maurizio Camera, che poi farà le fortune dell’Etruria. Sembra, quindi, un discorso a due, ma nessuno aveva fatto i conti con il Bagnoregio, che si era appena data una nuova veste dirigenziale,  con  l’ingresso di Fiani  e Zeroli,  in un  consiglio direttivo  guidato  dal  presidente  Guido  Papalini,  uomo  di grande spessore, con antichi valori. Pretendeva, addirittura, che ogni dirigente assente alle riunioni giustificasse per iscritto la propria mancata presenza.

E da una gestione così seria e oculata non poteva non nascere una squadra altrettanto ammirevole, che aveva un fiore all’occhiello di grande fascino, Antonio Pellegrino, invidiato da tutte le altre squadre del lotto.

Pellegrino era la punta di diamante. Il giocatore siciliano era reduce dalla stagione alla Viterbese, a seguito della quale aveva deciso di pensare più ad un lavoro che al calcio.

Aveva deciso di aprire una oreficeria a Orvieto, nel centro storico, a due passi dal celeberrimo Duomo. Un’attività che è ancora in piena attività.

Per   fare   questa   operazione,   però,   c’era   bisogno   di   una fideiussione bancaria che l’attaccante non possedeva. Decise di aiutarlo  in  questo proprio  il presidente  Papalini,  insieme  ad altri due dirigenti. In cambio ottennero le prestazioni in campo di un tale talento, un vero lusso per la seconda categoria.

Con  i  suoi  gol  il  Bagnoregio  diventa  una  delle  migliori formazioni, ma all’ultima giornata la sorte sembra comunque segnata. Gli uomini di Quintarelli, sotto di un punto alla Caninese, giocano a Ronciglione, mentre la Caninese ospita il già retrocesso Capodimonte.

E’  già  festa  a  Canino,  quindi.  Tutta  una  serie  di  palloncini colorati   sono   affissi   lungo   la   rete   di   recinzione   e   una “porchetta” è pronta a… scendere in campo. Ma le cose vanno diversamente: il pallone non vuole assolutamente entrare e il pareggio in bianco cambia totalmente il volto del campionato.

Si va allo spareggio, allo stadio di Viterbo, quasi tutto esaurito. Il Bagnoregio batte la Caninese. Di misura, ma con merito, sapendo gestire molto bene ogni zona del campo dopo essere passata in vantaggio – dopo una decina di minuti di gioco – con Maurizio Delle Monache, il quale deciderà, quindi, l’importante gara.

Delle   Monache   era   uno   dei   molti   Viterbesi   arrivati   a Bagnoregio. Aveva fatto cose eccellenti nella Viterbese Allievi, ma poi non aveva avuto la chance di proseguire, di arrivare alle soglie della prima squadra gialloblu, come successo a qualche compagno di squadra.

Viterbesi di quella squadra erano anche Ferrari e Sbardella, con quest’ultimo considerato tra i ragazzi più bravi della città, ma che non volle mai scegliere il vivaio gialloblu.

Eppoi c’era Cunego, “l’enfant prodige” di Graffignano, ritenuto un vero talento giovanile. Neanche lui volle fare il percorso di tanti suoi coetanei. Preferì seguire il suo istinto e a Bagnoregio mostrò  il  grande  talento,  il  tocco  di  palla  che  poteva  far presagire una carriera brillante.

Ma forse gli mancava la cattiveria agonistica, quella necessaria nei caldi campi delle trasferte. Fu uno degli artefici della promozione del Bagnoregio, poi salì di categoria a Montefiascone e tentò la carta del Sansovino.

La carriera non c’è stata, ma l’amore per il calcio, sì. Per quel pallone a cui ha sempre dato del tu, rimasto intatto nel tempo, al punto di farlo giocare nel campionato Amatori fino a 55 anni. Riconoscibile  tra  mille,  per  via  di  quei  baffi  enormi  che adornano il suo volto.

Era il quid di classe pura di una squadra quadrata, variegata, ma anche nata un po’ per caso. Nel senso che non c’erano state strategie  di  mercato  estenuanti,  paranoiche,  ma  una  ricerca quasi “naturale”, quasi … andando a spasso.

Come quando si prese il compianto Renzo Lucchi. Massimo Quintarelli e il neo direttore sportivo Pedicone (che era stato per anni brillante portiere) andarono a fare una passeggiata – dopo  cena  –  a  Bolsena,  con  il  desiderio  di  un  gelato  sul lungolago. Incrociarono Lucchi, il quale era reduce dall’esperienza alla Viterbese – con presenze sia in serie C che in serie D – e che sembrava difficile da convincere a scendere in seconda categoria.

Ci provarono lo stesso. Lucchi accettò e Quintarelli lo trasformò da difensore di marcatura a centrocampista di contenimento, un vero  punto  di  forza,  un  ostacolo  quasi  insuperabile  per  gli avversari.

Tra  i  pali  si  alternarono  il  giovane  locale  Lattanzi  e  Natali, anche lui arrivato quasi per caso, per poi diventare il miglior numero uno del campionato insieme a Santolamazza.

Erano ancora i tempi del vecchio libero: Eleuteri, stilisticamente non eccezionale, ma che alla fine, in un modo o nell’altro, arrivava sempre a chiudere in seconda battuta.

Valentini, Fringuelli e Iacoponi gli altri portacolori locali, che giocarono tutto il campionato, mancando poco o niente. Tornando allo spareggio che arrise al Bagnoregio. Grande gioia bagnorese e delusione dalla parte opposta, al termine di una intera stagione di rivalità palpabile. Una rivalità che arrivava dagli anni precedenti, da un altro spareggio, questa volta per andare in seconda categoria.

Anche in quella occasione (stagione 72/73) vinse il Bagnoregio, ma ci furono grandi polemiche dalla parte opposta. Rimasero delle ruggini, che riemersero qualche anno più tardi, quando, anche un po’ a sorpresa, le due piazze si ritrovarono a giocarsi un titolo finale gomito a gomito, da grandi protagoniste.

Il Bagnoregio giocava su uno dei migliori campi sportivi della Tuscia, un fondo in erba e una tribuna ampia, addirittura enorme per quanto riguarda un campionato di seconda categoria.

Era   il   campo   sportivo   costruito   da   Gaetano   Anzalone, presidente della Roma, che viveva in alcuni momenti dell’anno a Bagnoregio, dove aveva anche dei parenti. La locale amministrazione comunale gli cedette del terreno ed in cambio il presidente giallorosso tirò su il campo sportivo.

Un campo sportivo che in quella stagione vide anche all’opera uno dei pochi club “di fedelissimi” del calcio di provincia. Si chiamava “il Ciocco” e seguiva la squadra anche in trasferta, oltre a pilotare un copioso numero di spettatori nelle partite casalinghe.

Il nome derivava da una base di albero che era rimasto ai margini della tribuna dopo i lavori di costruzione del campo sportivo.   In   una   freddissima   giornata   invernale,   i   tifosi bagnoresi decisero di accendere un falò per scaldarsi proprio con   questo   residuo   vegetale.   Tutti   quelli   attorno   al   falò divennero anche i fondatori del “club”.

Un grande fenomeno socio-sportivo, ancora oggi ricordato con più di un sorriso dall’ambiente bagnorese, un ambiente a cui ha dato un contributo – negli anni – la famiglia Bigiotti.

Lo scomparso papà Alessandro, per tanti anni fu il presidente del vecchio Bagnoregio e favorì anche quel rinnovamento dell’anno … del “Ciocco”, con l’ingresso di Papalini ed altri giovani.

Ma  anche  il  figlio  Francesco,  in  tempi  moderni,  è  stato  il presidente, il fautore di alcune stagioni brillanti, come quella, ad esempio, che ha portato al successo del campionato di prima categoria nel 2009.

 

 

GROTTE SANTO STEFANO

Nel 2004 la stessa favola del Bagnoregio venne vissuta dalla squadra  rossonera,  che  riuscì  a  vincere  il  campionato  di seconda categoria.

Quindici le vittorie, nove i pareggi e, soprattutto, l’imbattibilità

del campo durata per tutta la stagione.

Nata nel 1968, per la società del Grotte Santo Stefano, si sono succeduti tanti anni di onorata milizia tra terza e seconda categoria, con l’unico apporto di pochi appassionati locali guidati dal compianto Vittorio Marcucci.

Pino Marcucci, figlio di quel “pioniere”, ne ha raccolto l’eredità con altrettanto coraggio e, forse, con un’ottica più moderna e manageriale.

E l’idea di gettarsi nella mischia. Insieme all’amico Burla, con cui   aveva   giocato   assieme   fin   da  ragazzino.   Decisero   di cambiare subito il nome alla squadra, abolendo quel Ferentum che aveva tratto in inganno anche qualche arbitro, finito a Ferento, all’anfiteatro romano, anziché nel tranquillo centro del comune di Viterbo.

Insieme a loro anche Fabio Angeli, Elvio Potenziani, Angelo De Angelis e un gruppo dirigenziale ben affiatato. Riuscirono a portare anche 350 tifosi in trasferta, tutti a sostenere l’allenatore Massimo   Bertini,   alla   sua   terza   promozione   alla   Prima categoria.

Lo “specialista” ha puntato sul perno di centrocampo, Ramieri. Poi in attacco sul “fedelissimo” Petroselli, mentre la difesa è stata orchestrata da un prodotto locale, il portiere Menichetti, che  ha  meritato  anche  un  premio  speciale  da  parte  del presidente per non aver mai saltato una partita e neanche un allenamento.

SPECIALISTA

Tra gli “specialisti” delle vittorie nei campionati di seconda categoria – nell’ultima generazione di dirigenti – va annoverato Carlo Camilli, da sempre grande appassionato di calcio e profondo conoscitore della “materia”.

Iniziò con la Surrina di Viterbo, squadra da lui inventata, insieme alla società, che portò fino alle soglie della Promozione, prima di mollare, chiudendo un accordo di fusione con l’altra viterbese Pilastro.

Da quel momento in poi iniziò un vero e proprio “tour” provinciale”, in veste prevalente di direttore sportivo, che in realtà si tramutava in costruttore di squadre di successo, che potessero puntare alla vittoria del campionato.

Quasi  sempre  in  tandem  con  l’allenatore  Gavazzi:  insieme hanno  vinto  il  campionato  a  Vignanello  e    a  Ronciglione, creando  anche  un  gruppo  storico  di  giocatori  che  spesso  li hanno seguiti, come i fratelli Arriga, ai quali si sono aggiunti, di volta in volta, ottime individualità come i vari Morice, Biguzzi, Pagano, Pompei, Ercolini e Cavalieri.

La seconda categoria, quindi, è rimasto sempre un campionato d’interesse nella Tuscia, magari perdendo un po’ di quel sapore di epopea  di una volta, ma  confermandosi vivo  anche  nelle ultime stagioni, quando hanno vinto il titolo queste squadre: Montalto, 68 punti nel 2009/10, davanti al Valentano

San Martino, 74 punti nel 2010/11, davanti al Bolsena

Valentano,  71  punti  nel  2011/12,  davanti  al  San  Lorenzo Nuovo. Allenatore Marco Spano, presidente Sergio Castiglioni Fabrica, 63 punti nel 2012/13, davanti alla Vejanese

Tuscania, 78 punti nel 2013/14, davanti al Bagnaia.

 

 

 

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