AMARCORD. IL BASKET MASCHILE

IL MASCHILE, TRA RECENTE PASSATO E PRESENTE

Rimarrà sempre difficile capire – oltre che da mandar giù – come sia stato possibile far morire il basket maschile gialloblu, quello che era arrivato ad un passo dalla serie A2, piegato nell’ultima partita dei playoff dal Livorno trascinato da un Fantozzi in stato di grazia.

Viterbo era arrivata fin lì, ancora una volta grazie a Enzo Colonna, che era ripartito, stavolta, con gli uomini. Aveva convinto alcuni imprenditori amici, di quelli che immancabilmente si ritrovavano al circolo – una volta la settimana – per la classica partita a carte. E si tirò fuori il budget necessario per fare una onorevole stagione.

Coach Vandoni aveva riportato l’entusiasmo e giocatori come Gaeta, Facenda, La Torre, avevano contribuito a fare i risultati. Probabilmente si sarebbe potuto crescere ancora e raggiungere vette impensabili, ma alla fine della stagione gran parte degli investitori vollero rientrare della somma sborsata e non rimase altro che una strada, quella della cessione del titolo sportivo.

Un titolo di serie B1 che finì in Sardegna, a Cagliari, dove non portò troppa fortuna neanche a quella società, che venne addirittura radiata qualche anno dopo.

Rimangono, però, le gesta sul campo, di quella semifinale per andare in serie A1, la vittoria dell’andata a Viterbo (78-73) contro il fortissimo Livorno del cecchino Fantozzi, dell’Argentino Gigiena, dell’ottimo Parente, che poi giocarono diversi anni nella massima serie. Il successo viterbese nella seconda sfida in programma coincise – il 22 maggio ‘96 – con la conquista della Coppa dei Campioni della Juventus, a Roma, contro l’Ajax ai calci di rigore, anche grazie alle parate di Angelo Peruzzi.

Molti dei sostenitori che erano stati nel pomeriggio a gioire sugli spalti del Palasport, per la vittoria viterbese sul Livorno,  si spostarono poi nelle altre zone della città per festeggiare le Zebre.

Tre giorni dopo, in Toscana, però, finì l’avventura dei Gialloblu, che arrivano a giocare la “bella” con un pulmino – di color amaranto – non certo di categoria De Luxe. A tal punto che il custode del Palazzetto in un primo momento non volle farli entrare, non credendo che quella fosse davvero la squadra che sarebbe scesa in campo contro i Livornesi, i quali, invece, viaggiavano su un torpedone straricco di conforts.

Erano i tempi del Viterbese Tirelli, dei Viterbesi adottivi Tedeschi e Sacripanti, ma anche di Sbarra “Er Peschetta”, di Crognolato, che aveva una grande stazza e a cui la società propose un contratto legato alla …. bilancia: il suo compenso era direttamente proporzionale ai chilogrammi persi.

Si dice che alla fine dell’anno i soldi guadagnati furono pochi, proprio per questo, ma a lui interessava poco, perché aveva fatto una scelta di vita ed economicamente se la passava assai bene.

Quelli erano stati i “fratelli” minori dei pionieri che avevano provato a tirare ad un canestro, tantissimi anni prima, sul campo in cemento di Porta Fiorentina. Era la generazione di Sergio Fontana e di tanti altri che la pallacanestro ce l’avevano nel sangue. 

LA STELLA AZZURRA

In serie B il basket viterbese ci è tornato di recente, grazie alla scalata della Stella Azzurra, partita dalle serie minori  fino ad arrivare lì. Una tradizione che si perde nella notte dei tempi: sempre la stessa maglia bianca, con la stella disegnata in azzurro, con cui giocavano i ragazzini degli anni settanta nel campo scoperto dell’oratorio di Via Oslavia. Ebbene, quei ragazzini son diventati adulti e uno di loro, Marcello Meroi, anche presidente di una squadra che ha fatto rivivere stagioni di grande soddisfazione per gli appassionati del basket viterbese.

Tra i dirigenti più attivi, accanto a Meroi, anche Fabrizio Gatti, proprio uno di quelli che aveva scritto – in campo – pagine importanti, capace, quindi, di conquistare due promozioni in serie B con compiti diversi.

La Stella Azzurra aveva iniziato la fase propedeutica alla serie cadetta addirittura dalla Prima Divisione, su campi spesso improbabili.

“Ricordo che a Passo Corese – dice Lillo Ferri, da una vita in biancostellato – ad esempio, finimmo su un campo da tennis. Convinti di aver sbagliato strada, stavamo per andarcene, quando arrivò il custode e ci chiese di aiutarlo a montare i canestri per trasformare quel campo in un rettangolo da basket. Eravamo tutti Viterbesi e non fu difficile salire subito in Promozione. Dopo quattro anni di attesa, centrammo l’obiettivo della categoria superiore al quinto, andando a vincere sul campo di Ladispoli. In serie D facemmo un accordo con la Tiber e arrivarono giocatori più importanti da Roma, poi la fusione in serie C2 con il Civita Castellana, dove era andato ad allenare mio fratello Cesare.”

Nel 2005 la bella avventura della Stella Azzurra è ormai lanciata: Zena e Patrizi – ma soprattutto Sacripanti – danno lo slancio giusto per puntare in alto, in un basket regionale dove, da qualche anno, erano stati decisamente modificati certi equilibri, cominciando a pagare i giocatori in una maniera assai più consistente, per certi versi ingiustificata.

Sacripanti è stato un grande personaggio, non certo il giocatore che passa inosservato. Una volta, tornando da una trasferta, si ruppe l’acceleratore del pulmino e il buon Tullio non si perse d’animo, prese in mano la corda metallica e la usò per  far tornare a casa la squadra e il mezzo di trasposto. Tutti felici e contenti, con le mani del pivot tutte sporche di grasso e con qualche graffio.

Gli piaceva molto tenere banco negli spogliatoi, raccontare dei suoi trascorsi – da giovane cestista del BancoRoma – in giro per l’Europa, sfoggiando un campionario di ricordi di città e hotels visitati.

Raccontò di una partita a Tel Aviv, dove c’era addirittura una banda musicale in tribuna che infastidiva non poco i giocatori Italiani che giocavano da quella parte. Il suo amico Gilardi – una grande carriera anche in Nazionale – tirò una pallonata proprio in mezzo a questa banda, che vide volare via più di uno strumento e smise di suonare.

Il progetto della Stella era ormai cosa reale, la spinta di Marcello Meroi dalla presidenza fu determinante e il ripescaggio in serie C1 pure.

Pippo Pasqualini fu la scelta giusta per la panchina: un infortunio lo mise ko come giocatore e lui si gettò immediatamente nel mondo dei tecnici.

Forse l’esperienza fece però difetto e fu promosso in panchina Fausto Cipriani, vecchia conoscenza della palla a spicchi viterbese (con Lillo Ferri “secondo”) e arrivò quel magico pomeriggio al campo della LLuis, quando tanti Viterbesi rivissero l’apoteosi della serie B.

Insieme a Marcello Meroi festeggiarono un presente eccezionale e immaginarono il futuro, quello della grande energia di un gruppo giovane che riesce a dare il massimo, che non molla mai, neanche per un attimo.

Forza giovane che ha girato – nelle ultime due stagioni –  attorno al 35enne Marcante (autore di una carriera strepitosa, in serie A2, contro gente del calibro di Myers e Boni) che a Viterbo ha giocato con la voglia di un ragazzino.

Ha fatto una scelta di vita, quella di poter giocare a basket il più vicino possibile al centro di fisioterapia che gestisce a Orvieto insieme alla famiglia. A mamma Maria Angela e sotto lo sguardo vigile di una nonna di novantacinque anni, arzilla più che mai.

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