CALCIO COI BAFFI. “DOVREI DIRGLI GRAZIE, AL CALCIO”

Una Viterbese – e un calcio in generale – per ogni decennio. Per tutti i gusti, per tutte le generazioni. Per un calcio che, insieme ad essa, si è trasformato inesorabilmente nel tempo.

Dalla vecchia Palazzina, appena ricoperta di verde, su cui sfrecciarono gli uomini che fecero volare la Viterbese in serie C, quelli che si fermavano al bar di fronte allo stadio a giocare a biliardo, che scherzavano con i giovani cronisti, che erano felici di stabilire contatti umani – e d’amicizia – con le persone che li circondavano. Parlavano tanto. E con piacere.

Altro che le sterili conferenze stampa di oggi, che quasi tutto hanno tolto alla creatività e alla fantasia del giornalista.

Da quella Palazzina – quindi – al Rocchi “rivisto e corretto” della terza volta di Camilli. Un Rocchi che, nonostante la ricostruzione, mostra il fianco a evidenti carenze, per le quali si sono invocati più volte gli interventi del Comune di Viterbo per poterlo adeguare alle prescrizioni federali, sempre più restrittive.

Un Rocchi che a molti piace nella sua nuova versione. A altri, invece, no. Soprattutto per la visuale di chi siede in tribuna, con un intero lato scarno, in muratura, con rampa di accesso per le auto delle forze dell’ordine. Insomma, un pugno nello stomaco, in evidente contraddizione con gli altri tre lati, dove il colpo d’occhio è sicuramente più interessante.

Di stadio se ne parla ogni anno, soprattutto fantasticando sul futuro, ma intanto rimane all’incirca lo stesso. Quello che ha visto tante generazioni di calciatori scorazzarvi sopra, quelli di un calcio a cui rivolge il pensiero un amico, uno dei tanti che abbiamo conosciuto durante le centinaia di migliaia di volte in cui abbiamo varcato i cancelli di via della Palazzina.

“Dovrei dirgli grazie, al calcio. Mi ha cresciuto, mi ha dato da vivere. Però qualcosa si è rotto, non mi piace più. Ne ho avuto conferma recentemente, quando durante una partita – credo Nigeria-Svezia – ho cambiato canale. Forse sarà crisi di rigetto o saturazione, ma il calcio che ho amato, ora mi annoia.

Le telecronache sono infarcite di valutazioni: Tizio vale “ics”,  oppure  Caio vale“ics,  più “ypsilon”.   

Messi che si fa biondo cenere, creste di gallo da ultimo dei Mohicani, rasoiate improbabili date dai barbieri che oggi si chiamiamo “stilhair”.

Pochi ricchi che spendono fortune per poche squadre, che poi sono quasi sempre quelle che vincono, facendo mancare il fattore più importante, l’imprevedibilità, quella che ti faceva amare la vecchia schedina del Totocalcio, dove indovinare i risultati – e far tredici – era cosa rara.

Insomma, non lo riconosco più questo sport. Sia dentro il campo, sia fuori, dove c’è chi passa ore e ore in strada per farsi un “selfie” con chi gli capita e poi postarlo in rete come fosse da sempre un suo grande amico, uno con cui condividere una vita, da cui farsi aiutare a vivere.

Non sarebbe meglio un “selfie” con chi – ogni giorno – passa ore e ore dentro un laboratorio per individuare una cura per il cancro? I veri eroi sono quelli, gli altri sono semplicemente attori in uno spettacolo sempre più discutibile. 

Forse finiranno presto petrolio e petrolieri: forse si ritornerà a vedere il vecchio caro calcio di una volta, senza lustrini, senza mostrine, ma di nuovo consegnato alla semplicità popolare. Come una volta, niente di più!”

 

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