AMARCORD. LA CONQUISTA DELLA COPPA ITALIA DI SERIE D DA PARTE DELLA CASTRENSE

Nella Tuscia esiste una sola squadra che è stata capace di fregiarsi della coccarda tricolore, quella della Coppa Italia di serie D. Un titolo di indubbia rilevanza, arrivato nella ridente Grotte di Castro dopo una lunga galoppata. Su è giù per l’Italia, quando la Castrense di Piero Camilli si era affacciata prepotentemente sul calcio di serie D.

Il giorno del trionfo, contro il Montecchio, fu a Grotte di Castro, con un poker firmato da Salomone (doppietta), Moriani e Cavallo, quest’ultimo attaccante toscano dotato di grande estro. Fu la logica conseguenza di quanto fatto nell’intero torneo, di quanto fatto nel Veneto, nel turno di andata, quando il gruppo grottano aveva vinto anche in campo avverso.

In quella vigilia, per ingannare il tempo, giocatori e staff erano andati a vedere l’allenamento del Vicenza. Poi la sera, tornando in albergo, avevano trovato una grossa borsa sul ciglio della strada. Qualcuno pensò che potesse averla dimenticata uno dei tanti rappresentanti di oro che in quella zona proliferavano.

Si decise di portarla in albergo e di aprirla, ma ai più ottimisti rimase la gioia in gola. Era, sì, la borsa di un rappresentante commerciale, ma di articoli di cartoleria, che tornarono ben presto in mano al suo proprietario, che la stava disperatamente cercando con le lacrime agli occhi.

Il giorno successivo, la partita. Piero Camilli giunse da Grotte di Castro preceduto dai giornali locali, che titolarono: “arriva oggi il Gaucci della Tuscia!”. Già, perché in quel periodo il patron del  Perugia  andava  per  la  maggiore,  ma  in  pochi immaginavano che Camilli lo avrebbe eguagliato nei successi calcistici, durando, peraltro, molto più a lungo di Gaucci.

Al ritorno, dopo la vittoria, cena a metà strada per rifocillarsi e festeggiare anche il successo del gruppo, che aveva archiviato una trasferta risultata molto meno ostica di quella precedente, quella della semifinale in Campania, sul campo della Viribus Unitis di Ciro Muro, allenatore-giocatore.

Quella volta, infatti, l’ambiente fu molto caldo e diventò incandescente quando segnò il colored Mkondya, che si rivolse al pubblico di casa, scatenando una veemente reazione, che proseguì anche dopo la partita, con minacce di assedio da parte dei locali.

Ci fu qualche timore per salire sul pullman che riportava a casa, ma alla fine tutto andò per il verso giusto. A casa sani e salvi e pronti per la doppia finale per assicurarsi la coccarda della Coppa Italia, che tante piazze molto più illustri, ad esempio, non sono mai riuscite a conquistare.

 

Il momento della festa, dunque, ar rivò e con esso il perentorio successo per 4-0, guadagnato da questa formazione: Angelucci, Baldolini, Camilli V., Cioffi, Paradisi (Colon- nelli), Salomone,   Lazze- rini (Quadrini), Mkondya, Moriani (Palazzini), Cavallo.

Quella squadra, capace di portare mille spettatori su un  campo  di  provincia, era arrivata al punto più alto di un ciclo iniziato dalla seconda categoria, con una promozione appresso  all’altra.  Voluta e pianificata da Piero Camilli, che si era gettato nell’avventura calcistica con una determinazione e una competenza raramen- te viste a quelle latitudini. Una squadra che aveva attinto anche dal Nepi, brillante avversaria della precedente stagione. Da lì erano arrivati il portiere Angelucci, il libero Cioffi, l’arcigno  difensore  Paradisi, lo sgusciante attaccante Mkondya e il giovane rampante Palazzini.

Il gruppo si completava con altri importanti uomini, come il civitavecchiese  Baldolini,  oppure  il  toscano  Lazzerini.  Così come  dalla  Toscana  era  giunto   –  come  detto  –  l’estroso attaccante Cavallo, arrivato a stagione iniziata, dopo aver segnato due gol nella Colligiana.

Cavallo ne segnò altri otto in campionato e fu decisivo anche nel cammino della Coppa Italia, che vide la Castrense eliminare in  successione  Grosseto,  Poggibonsi,  Terzigno e  Rieti,  prima della Viribus Unitis e del Montecchio.

Il più giovane di quella “compagnia” era il difensore Vincenzo Camilli, figlio del presidente, che seppe guadagnarsi sul campo la maglia da titolare.

(DAL LIBRO: LA PROVINCIA NEL PALLONE)

 

 

 

 

 

 

 

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