AMARCORD. MAURIZIO COPPOLA, GIALLOBLU, DOPO IL VOLO DELLA SERIE A

Uno dei più bravi visti all’opera alla Palazzina. Lo avevamo “conosciuto” tanti anni prima, direttamente dagli aneddoti e dai racconti di Pino Albergo.

Costui era il padre di Michele, portiere di belle speranze, che arrivò alla Viterbese in uno dei tanti momenti di improvvisazione, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.

Seguiva il figlio in ogni istante e si intratteneva amabilmente con le  persone di Viterbo. Amava – oltre a Michele – il calcio in una maniera viscerale: vedeva tantissime partire nella capitale, era stato tra i fondatori della società Prati Quarto Miglio.

Non fu difficile, con un personaggio di una tale simpatia e costruttiva esuberanza, diventare amici e spesso ci accordavamo per andare a vedere qualche partita insieme, magari passando dalla sua avviata erboristeria che gestiva vicino alla stazione Termini.

Qualche volta confessava di avercela un po’ con Di Vincenzo, l’allenatore gialloblu che alternava tra i pali Albergo e Caso. Mai, però, c’era cattiveria nelle sue parole.

Il resto era tutta positività e complimenti per tanti giocatori, compreso Nicola Di Bitonto, che aveva conosciuto qualche anno prima e che vestirà poi – con grandi meriti – anche la maglia della Viterbese nella gestione-Aprea.

Ma i racconti “incantati” erano tutti per lui, per Maurizio Coppola, conosciuto fin da ragazzino, eppoi seguito nell’esperienza a Cagliari.

Una continua galleria di elogi indirizzati a questo giocatore che – a furia di ascoltare – quasi ci sembrava di conoscere personalmente .

Praticamente già familiare, quando arrivò – all’iniziò del ’98 – insieme al ciclone-Gaucci, al tecnico Beruatto e a una marea di giocatori nuovi.

E c’è da dire che per quello che ha fatto vedere Maurizio Coppola in gialloblu, Albergo non aveva detto la benché minima bugia.

Centrocampista forte e possente fisicamente, faceva della grinta la sua arma migliore, ma anche il piede non era da meno. Era portatore – molto sano –  di esperienza, ma anche di entusiasmo, il tutto unito alla rabbia agonistica giusta per vincere tutto, per regalare, a Gaucci e a Viterbo, i successi che aspettavano da anni.

In quel campionato stravinto in serie C2 c’era la sommatoria di tutta la sua carriera, dalla tanta gavetta nelle categorie minori, alla gioia della serie A, vestendo la maglia del Cagliari guidato da Claudio Ranieri.

Eppoi la serie B, con, ad esempio, il Cosenza di Edy Reja, ma, soprattutto la promozione in serie A con il Padova allenato da Mauro Sandreani.

Con la squadra veneta diventa un grande protagonista della massima serie, rimanendo ancora oggi nel cuore di tanti tifosi patavini.

Rimane famoso soprattutto per un gol passato alla storia della società veneta, quella rete che regalò la  vittoria – e quindi la promozione in serie A –  contro il Cesena. Un gol da antologia.

Divenne un mito per tutti, non soltanto per il pubblico femminile che stravedeva per lui. La leggenda dice che una volta il diesse Aggradi andò personalmente a recuperarlo in discoteca, cosa che Coppola ha sempre smentito, anche se la nomea da discolo non riuscì a scrollarla tanto facilmente.

Una volta il Padova aveva negato – a lui e a Balleri – il permesso di raggiungere Roma: ci andarono lo stesso, ma l’aereo di ritorno subì un ritardo e arrivarono quando il primo allenamento settimanale era già finito. Rischiarono di finire fuori rosa.

Ma torniamo alla sua storia a Viterbo. Insieme a Baiocco compone una coppia di centrocampo a dir poco eccezionale per la serie C2. Con loro la squadra può precorrere i tempi e giocare con un modulo spettacolare, praticamente un 4-2-4, tanto ci sono loro due a reggere da soli in centrocampo.

E’ uno dei più osannati per la vittoria del campionato e titolare inamovibile anche l’anno successivo nella categoria superiore, quando la Viterbese, getta via i playoff per la serie B facendosi inopinatamente eliminare dall’Ascoli.

Rimase anche con l’uscita di scena di Gaucci e giocò altre due grandi stagioni, poi, quando venne a conoscenza che un suo compagno di squadra aveva ottenuto un ingaggio che a lui era stato negato, salutò tutti e lasciò il ritiro sull’Amiata, chiudendo l’avventura in gialloblu.

Il suo sogno rimane – ora che fa l’allenatore, ma che, a fronte di un buon lavoro svolto in diverse piazze di serie D, non ha avuto ancora molta fortuna – quello di tornare a Viterbo da allenatore. Un sogno praticamente cullato da tutti. perché Viterbo è …. Viterbo!

 

(DAL LIBRO FACCE DA GOL)

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