AMARCORD. LIVIO TRAPE’, L’AIRONE DI MONTEFIASCONE

Livio Trapè, l’Airone di Montefiascone. Chi, come noi, non ha avuto il piacere di vederlo dal vivo – alle Olimpiadi del 1960 – ha avuto, però, l’onore di premiarlo. Nel 2007, quando Trapè fu tra gli ospiti d’onore della manifestazione dedicata a tanti assi della Tuscia del passato. Proprio a San Martino al Cimino, nel suggestivo Palazzo Doria Pamphili.

In lui ancora tanta voglia di raccontare quel ciclismo quasi  pionieristico e di trasmettere ai più giovani la filosofia e gli insegnamenti che arrivano da tanti anni passati in sella ad una bici.

 

Impossibile per lui non tornare a quella magica “Cento chilometri”, che portò all’Italia un fiammante oro olimpico, insieme a Bailetti, Fornoni e Cogliati. Ma anche alla precedente prova in linea, quando aveva addirittura sfiorato la medaglia più preziosa, finendo al secondo posto dietro il  sovietico Kapitonov, dopo aver avuto la gara in mano. Nonostante la rottura del pignone di una ruota, nonostante una borraccia con il thè al posto dell’acqua.

Livio – sotto il gran caldo – “chiedeva” acqua per trovare un po’ di sollievo: si arrabbiò moltissimo. Scagliò in terra quel contenitore apparentemente inopportuno, ma rimase anche a corto di zuccheri nel momento topico della gara, quando, sullo strappetto di Grottarossa, avrebbe potuto fare il vuoto e staccare definitivamente gli altri.

Gli rimase la volata a due, con colui che diventò un “totem” del ciclismo dello sconfinato paese, che lo beffò di un’inezia. Tutti ebbero la certezza che il più forte del panorama olimpico era stato quel corridore nato a Montefiascone, nel maggio del ‘37, passista scalatore, dal volto spesso sorridente. Grandissimo tra i dilettanti, uno dei più forti della storia del ciclismo italiano: completo, pronto all’acuto vittorioso, generoso ed energico, con la voglia di divertire.

Un po’ più incompiuto tra i professionisti, tra un acciacco fisico e qualche battuta d’arresto di troppo: vinse subito il Giro di Campania, ma fu l’unico successo.

Si piazzò alla Sassari-Cagliari, al Giro di Spagna, al Giro della Provincia di Reggio Calabria, al Giro di Romagna e alla Tre Valli Varesine. Fece anche un ottimo secondo posto al Giro di Lombardia del ’62, superato dall’olandese Jo De Roo, che gli fece guadagnare il passaggio alla Salvarani, la mitica squadra di Gimondi e Adorni.

Al Giro d’Italia l’unica traccia rilevante fu il terzo posto, nel giorno in cui vinse per l’ultima volta Nino Defilippis, prima di ritirarsi.

Quando alla “corsa rosa”, avrebbe potuto fare il salto di qualità, ma un malaugurato incidente – a Merano – interruppe fatalmente la sua carriera. Si schiantò contro un muro e si fratturò il femore destro.

“Ero partito forte in discesa – racconta Livio – e quando il terreno era diventato di nuovo in piano avevo ripreso gente come Van Loy e Van Den Berghen, che avevano avuto anche otto minuti di vantaggio su di me. Ero entusiasta e il mio direttore sportivo mi incitava a gran voce. Vidi arrivare le due curve, entrambe a sinistra. La prima l’ho fatta, la seconda è stata fatale. Ricordo i momenti bruttissimi, steso in terra, poi trasportato in ospedale. Il responso fu una mazzata: frattura scomposta del femore destro. E praticamente finì lì la mia carriera.”

DAL LIBRO “CARO SPORT, TI SCRIVO”

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