AMARCORD. PHIL MELILLO, UN CAMPIONE IN GIALLOBLU!

Uno dei più grandi talenti visti sotto canestro nella Tuscia è senza dubbio stato Phil Melillo, nato nel New Jersey nel 1952.

Melillo aveva dei riturali pre e post partita rigidissimi, dai quali non derogava per nessun motivo al mondo. Qualcuno gli diceva che fossero quasi maniacali, ma lui tirava sempre diritto per la sua strada, tra un canestro e l’altro, tra una grande performance e la successiva. Sempre – ad esempio – la stessa pancera idrorepellente, sempre lo stesso spogliatoio negli allenamenti e addirittura sempre lo stesso posto della panca dove sedersi.

Serio, silenzioso, preciso in tutti i minimi particolari: metteva con cura certosina i calzini dentro le scarpe, quando le toglieva per indossare quelle da parquet. Davvero un esempio di professionista assoluto, in quegli anni ottanta in cui molti giovani avevano ancora la bella abitudine di ispirarsi agli adulti.

Giovani che dovevano stare molto attenti in allenamento, perché Melillo la grinta proverbiale la metteva pure in quelle occasioni e ti lanciava dei palloni tagliati che erano delle bordate, passaggi dalle linee a velocità supersonica.

Ma come ci era capitato a Viterbo? E come ci era capitato nel basket non professionistico?

Per via di una vecchia regola della FIP, che permetteva agli oriundi di poter ottenere lo status di italiano in serie A dopo una militanza nei campionati minori. In verità nel ’76 aveva permesso che un oriundo potesse affiancare l’unico straniero consentito e Melillo ne approfittò per salvare la Lazio con una media di 30 punti a partita, straordinaria per un play-guardia di un metro e ottantadue come lui.

Poi quella norma fu annullata e quasi tutti gli Americani fecero mestamente ritorno a casa, ma Melillo decise che avrebbe coronato il suo sogno italiano.

Ci riuscì a trentuno anni, quando andò a Treviso, per poi far ritorno a Rieti, in una stagione in cui ottenne una media superiore ai diciassette punti a partita. Ora fa l’allenatore. Anzi, fa il doppio lavoro, visto che ha acquistato una edicola a Roseto, che segue in prima persona.

Chi lo ha conosciuto bene parla del suo sempre vivo ricordo viterbese, dei tanti compagni di squadra, magari il lungo Falsini, un Toscano, un bel talento da categoria superiore, uno che quando aveva qualche problema fisico ricorreva spesso alle cure di una specie di maga, sempre con ottimi risultati. Su questa particolare soluzione in molti ci scherzavano anche su.

E in quella squadra c’era anche un giovanissimo Viterbese, che nella stagione 80\81 ebbe modo di giocare in mezzo a tutti quei talenti più esperti e affermati. Era Gianni Santi, uno che col basket ci è cresciuto, ci ha vissuto, ci ha trovato il lavoro, ci ha messo su famiglia. 

Sono stato suo compagno di camera per due anni ed ho potuto imparare tanto da un comportamento esemplare come il suo. Era una specie di Marziano in quelle categorie, ma vorrei anche spendere una parola per Eugenio Azzoni, il giocatore più forte con cui ho avuto la fortuna di giocare. Quando arrivò a Viterbo fu il vero trascinatore del basket viterbese, che cominciò a salire e diventare grande. Fu il punto di forza di quella squadra fortissima, la più bella a vedersi, quella della prima promozione.

Per me fu una importante esperienza, anche se, forse, i ricordi più belli sono legati alle partite del settore giovanile, con la maglia della Di Marco, ai derbies con la Garbini, le grandi sfide a livello ragionale.

Sempre con la palestra della Verità stracolma, cosa impensabile, oggi, per partite di ragazzi. Ricordo, ad esempio, la finale del campionato juniores con la Lazio, in cui militavano diversi giocatori poi finiti in serie A, Sbarra, Lorenzon e Cecchetti. Vennero a giocare a Viterbo con lo scudetto sul petto, una cosa che ci esaltò in maniera incredibile.”

 

 

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