AMARCORD. LE SFIDE DI UNA VOLTA

Sfide contro formazioni di tutta Italia, molte delle quali arrivate, poi, in cima al sistema calcistico nazionale. Spesso la Viterbese riusciva a tener loro testa, facendo scorrere davanti agli occhi degli innamorati della Palazzina centinaia e centinaia di giocatori che riuscirono a portare in alto il nome della città dei Papi.

Eppoi – a partita finita – la gioia di andare immediatamente al Corso, a fare le “vasche”, a sfoggiare la “mezza riga”, il taglio di capelli che andava per la maggiore, o i pantaloni a “zampa di elefante”, che non erano affatto belli a vedersi, ma che non potevano mancare nel guardaroba di un giovane di inizi anni settanta.

E chiaramente neanche in diversi calciatori, con i baffi o senza. Ne ho conosciuti tanti di quei giocatori. Atleti veri o talentuosi. Conosciuti davvero, nel vero senso della parola, non come accade oggigiorno, che finisce una stagione e non hai scambiato neanche un parola con la maggior parte di essi.

Alcuni li guardavi pure con una certa timidezza, essendo tu un giovane che si avvicinava all’attività giornalistica e qualcuno dei più famosi, magari già un trentenne, che ti sembrava enormemente più grande di te.

Alcuni di essi ho avuto modo di rivederli nel corso degli anni, soprattutto quando – a causa delle “legge del tempo che passa” – ormai erano degli ex che somigliavano poco ai prototipi di atleti cha avevano calcato con successo i campi di mezza Italia, oltre che quello viterbese.

La gentilezza e la gioia di ritrovarsi, di riparlare degli anni che furono, però, non ha mai fatto difetto a questi gentiluomini. Anche questo è stato il vanto di aver fatto del giornalismo in quegli anni, perché ha rappresentato un canale di vita parallela, che ha arricchito spirito e  cultura.

Nostalgia Canaglia! Quella che ti prende è non ti lascia più. Quando ricordi le cose più belle. Quando le condividi con qualcuno a cui tieni, con qualcuno che ha vissuto— tutta o in parte—la tua stessa storia.

E magicamente si ricompone tutto, come se quaranta anni non fossero trascorsi. Forse anche perché la gente di una volta era diversa e ancora oggi attribuisce un valore particolare a ciò che vive nella memoria, anche a dispetto del tempo.

Calcio e arte: entrambi nel sangue! La seconda trasmessa dal padre artista, da Otello Fabri, di Terni, il quale – a modo suo – partecipò a quella avventura riuscita del ’76.

Per festeggiare la vittoria della Viterbese, infatti, regalò la riproduzione di una delle sue opere a tutti i giocatori gialloblu e all’intero staff.

Innumerevoli gli aneddoti di quella stagione trionfale, i segreti che sfuggirono alle cronache di allora. Gli spunti per la goliardia: dalla dieta ferrea, che imponeva Persenda, all’antenna tv che non funzionava mai – negli alloggi dei Gialloblu – perché Tarantelli la ruotava per poter vedere il suo piccolissimo monitor personale.

Cenci era una spanna sopra a tutti per intelligenza, freddezza e tempismo, doti che lo facevano “sporcare” davvero poco. Una rigidità nell’interpretare il ruolo che lo portò ad accusare tantissimo il colpo quando, a Velletri, il pallone rimbalzò sulla riga bianca gelata e schizzò via. All’indietro, beffandolo.

Stette una intera settimana in silenzio, amareggiato per quell’episodio che non avrebbe mai voluto si verificasse.  A nulla servirono le pacche sulle spalle di noi compagni di reparto, soprattutto di “Pappagone” Vuerich, che era uno degli indiscussi leader della squadra.

Un grande giocatore che – seppur abbastanza lento nei movimenti, data la stazza fisica – riusciva a mandare l’avversario sempre dove voleva lui e sistematicamente a chiuderlo, dando tempo agli altri difensori di recuperare, oppure a Cenci di intervenire.”

E pensare che in quella squadra con tanti pezzi da novanta e qualche ricambio importante – quantomeno dalla cintola in su – riuscirono a integrarsi anche due ragazzi provenienti dalla giovanile, Carlo Cecchelin e Gianni Caporossi.

Fu una gioia incredibile per tutti, in particolar modo per il ragazzo viterbese: l’allenatore Persenda uscì dalla panchina per andarlo ad abbracciare, mente era ancora in terra, sdraiato, dopo essere stato “sommerso” dai compagni di squadra.

La discesa repentina dalla categoria, così brillantemente guadagnata un anno prima, non fu presa bene. Da nessuno. Si ebbe la netta sensazione che qualcuno – nel Palazzo – avesse voluto favorire le squadre Toscane e che la Viterbese fosse stata una delle vittime sacrificali.

Non servì a nulla neanche il tre a zero sul Pisa alla Palazzina nell’ultima giornata del campionato. Si verificarono dei risultati concomitanti abbastanza difficili da pronosticare e la Viterbese retrocesse, nonostante possedesse una formazione abbastanza attrezzata.

Qualcuno è convinto, però, che se fosse rimasto qualche elemento in più della squadra dell’anno precedente, probabilmente sarebbe stato meglio. Vuerich a libero, ad esempio, oppure Scicolone in attacco e Scapecchi, o Poggi, a centrocampo.

Una speranza in più – ai fini della possibile salvezza – la dette, da un certo punto della stagione in poi, Ezio Sella, che esplose in modo dirompente, tirando fuori una bravura, che non tutti avevano intravisto, precedentemente.

I suoi gol arrivarono puntuali: si mise talmente in evidenza da riuscire a fare il grande salto in serie A, finendo alla Fiorentina.

Ci aveva messo del tempo per entrare nelle grazie di Persenda e convincerlo di dargli in mano le chiavi dell’attacco. Forse arrivò a Viterbo con un pizzico di presunzione di troppo, magari perché proveniente dalle giovanili della Roma. O forse non si allenava inizialmente con l’impegno che chiedeva a tutti il tecnico di Tortona, il quale faceva sempre scendere in campo gli undici che riteneva più “tosti” in quel momento.

Era l’Italia che cantava “Tornerò” dei Santo California, quella del magico Torino che vinse il campionato con un punto di vantaggio sulla Juventus.

Era il calcio sano, quello in cui i giocatori non avevano bisogno dei procuratori: sapevano contrattare i propri cartellini e la loro carriera, anche sbattendo i pugni sul tavolo, se necessario. Era il calcio in cui – a livello medio – non si guadagnava molto: in quella Viterbese, ad esempio, lo stipendio era attorno alle seicento mila lire mensili. C’era anche qualche giovane, come Caporossi, che guadagnava centocinquantamila lire, ma era ugualmente felice come una Pasqua, di trovarsi lì.

Molti altri giovani viterbesi riuscirono a esordire in prima squadra, negli anni successivi, dalla retrocessione in serie D del ’77 in poi. A cominciare da quelli della squadra allestita subito, nel tentativo di risalire, e affidata ad Alberici, tecnico stimato dalla gran parte dei giocatori, ma che non fu del tutto fortunato nell’esperienza in gialloblu: non terminò la stagione e lasciò il posto a Oscar Lini.

Così come un altro tecnico toscano, Marcello Lippi  – ben più consacrato dagli aventi – allenò successivamente il ragazzo di Capranica nella sua esperienza alla Pistoiese, quando l’allenatore campione del mondo lo ha avuto con se, tra gli Arancioni.

In questo decennio gialloblu ricorre più volte il nome di Oscar Lini. La sua storia s’intreccia di continuo con quella della Viterbese, con incarichi diversi tra loro: allenatore delle giovanili. direttore sportivo, allenatore della prima squadra, direttore generale, supervisore del settore giovanile. E quant’altro.

In ogni caso si riscontra sempre un segno positivo lasciato come traccia, quello di uomo corretto, diretto, poco propenso ai giri di parole e – ancor meno – ai sotterfugi.

Lui, Civitavecchiese come Luciano Moggi, amico di quest’ultimo fin da quando lavorava alle Ferrovie. Lo incontrava spesso quando “Oscaretto” prendeva il treno per andare a Roma, dove era riuscito a coronare il grande sogno di giocare in serie A.  

Con il Civitavecchia aveva vinto un titolo tricolore giovanile, poi ci aveva mosso i primi passi da allenatore, ma la sua seconda casa divenne ben presto Viterbo. Lo ricordano con affetto tutti i giocatori che con lui ebbero a che fare. Figuriamoci suo figlio, Riccardo, che Lini si portò appresso alla Viterbese, inserendolo nella formazione Berretti, in cui si sarebbe dovuto sudare una maglia da titolare, che non sempre avveniva.

Molti avrebbero approfittato di questa situazione, non i Lini, tanto è vero che Riccardo non esordì mai con la casacca della prima squadra e preferì farsi un paio di anni a Civitavecchia, prima di intraprendere una avventura davvero suggestiva, quella di andare a giocare – tre mesi all’anno, durante le vacanze estive – nelle squadre universitarie americane di calcio.

Ha saputo mettere da parte la storica rivalità dei Civitavecchiesi e operare da grande professionista nella città dei Papi, accorrendo – come detto – al capezzale della prima squadra, spesso “grande ammalata”, per condurre in porto qualche stagione che si era messa davvero male e laddove avevano fallito gli allenatori più blasonati di lui.

Nel 1978 subentrò – come detto – ad Alberici, che aveva iniziato la stagione con un ottimo organico, con molti “reduci” dalla serie C e con inserimenti importanti come quelli di Palmieri. Stessa cosa accadde nel 1980, quando prese il posto – in una stagione assai travagliata sotto l’aspetto societario – di Armando Rosati, anche qui con un buon organico, con gente come Berdini, Patacca, Carlucci, Orazietti, Boi e Nanni.

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