AMARCORD. LA GRANDE STORIA DI STEFANO COLAGE’

OGGI IL CICLISTA DI CANINO OSPITE DELLA TRASMISSIONE RADIOFONICA DIRETTA SPORT

Stefano Colagè ha spiccato il volo da Canino, mettendo insieme una carriera davvero rilevante, fatta di ben quattro partecipazioni ai campionati del mondo, compresa quella di Colorado Springs, quando aiutò Argentin a indossare l’iride.

Ciclista dinamico, ricco di grinta, in grado di farsi valere su diversi tracciati. In salita andava fortissimo e sembrava avere tutte le carte in regola per vincere. Ancor di più di quanto sia riuscito a portare a casa.

Nella sua ampia bacheca spicca la Tirreno-Adriatico del 1995, vinta davanti a Maurizio Fondriest, un campione del mondo, non uno qualunque! Un titolo iridato a cui il ciclista di Canino dette – peraltro – una grossa mano, lavorando proprio per Fondriest, portando anche a casa un buon tredicesimo posto finale, ma rinunciando a chances importanti di arrivare a giocarsela in prima persona. Fedele al gioco di squadra e rispettoso degli ordini di scuderia.

Eppoi il Giro dell’Umbria nel 1986 e nel 1989, il Giro dell’Etna nel 1992 e 1995, la Coppa Agostoni nel 1992, il Trofeo Pantalica nel 1995 e nel 1998, una tappa al Giro di Svizzera.

Senza contare il secondo posto al Campionato italiano dell’85 e il podio a San Sebastian, due anni più tardi. 

Dove c’è un atleta, spesso c’è un padre che trasmette la passione. E un bambino che per anni guarda ammirato, sviluppando la voglia di emulazione.

“In effetti – dice Stefano Colagè – a mio padre Orlando, che ho perduto troppo presto, mi sono ispirato molto. Ricordo che ai tempi dell’austerity, quando chiedevo a mia madre dove fosse “il babbo”, la risposta era sempre la stessa: in bicicletta!

Non si poteva circolare in auto e in molti optarono per le due ruote. Figuriamoci uno come lui, che aveva anche fatto il Dilettante, correndo, ad esempio, con il fratello di Livio Trapè.

Volli a tutti i costi una bici per andare insieme a lui e ai suoi amici: praticamente non scesi più! Neanche quando ho visto lo spettro della morte abbattersi sul ciclismo, quando ho visto picchiare in terra e perdere la vita Casartelli e Ravasio.

A quel punto ti assale la paura, perché quella sorte potrebbe toccare anche a te: per un attimo hai voglia di scendere, di gettarla via, quella bicicletta. Ma poi prevale quello che è il tuo mestiere, quello per cui hai sempre fatto tanti sacrifici e che ti ha riservato giorni meravigliosi. Non soltanto quelli degli eventi drammatici, fortunatamente pochi.

E tra i giorni lieti non posso non includerci il successo alla Tirreno-Adriatico, ottenuto in classifica generale davanti a gente del calibro di Fondriest, Konishev, Rebellin. Il giorno più bello fu l’ultimo, quando salii sul palco da vincitore, ma anche la mia vittoria di tappa, proprio sulle strade di casa, risalendo da Santa Severa verso la Toscana. E, ancor più, il giorno successivo, con l’arrivo a Soriano nel Cimino – con addosso la maglia di leader – e il passaggio in mezzo a tanta gente che faceva il tifo per me.

Sono emozioni che ti rimangono dentro per sempre. Come quella, ad esempio, di correre sui Campi Elisi, l’ultimo giorno del Tour de France. Non solo correre su quella mitica via, ma addirittura lanciarsi nella volata finale, quando tutto il mondo ti guarda.

Neanche ti sembra più vero che avevi iniziato così, quasi per caso, con tanti altri ragazzini della Tuscia, i vari Anzellini, Socciarelli, Leoncelli, Cerquetti.

Di essere diventato adulto, sempre su quella bici, sempre a macinar chilometri, come fosse la cosa più naturale del mondo, quando con la fatica ci fai una specie di patto d’onore.

E il primo contratto da professionista, che ti sembra un sogno, con squadra dal nome particolare, la Dromedario.

Carlino Menicagli mi fece indossare quella maglia giallo blu e rossa. Fu come affrontare la vita in apnea, fino alla prima vittoria, quella di Umbertide, capace di regalare momenti di felicità allo stato puro, facendoti capire di aver fatto la scelta giusta.

Guardando  indietro è tutto un tourbillon di emozioni, dal correre il “Morucci” a San Martino, e andare in crisi sull’ultima salita, al ritrovarsi in maglia azzurra a correre i campionati mondiali e l’Olimpiade di Los Angeles.

Il mio miglior giro d’Italia – il secondo corso – con l’undicesimo posto finale e una piazza d’onore significativa in una tappa vinta ad Avezzano da Chioccioli, che era una star in quella edizione.

Ricordo anche le giornate che non passano mai, come la tappa terribile del Gavia, che io riuscii a portare a termine. Insieme a pochi altri. A metà salita mi superò Petito, il quale mi consigliò di coprirmi bene, ma io avevo già indossato tutto ciò che potevo. In discesa, però, tremavo e credo di essere sceso dalla bici un paio di volte ed aver fatto qualche chilometro a piedi. Eravamo io e Martinello, l’attuale commentatore della tv.

Pian piano – continuando a tremare – avevamo ripreso il cammino in sella: ci passavano davanti le auto ammiraglie piene zeppe di ciclisti che si erano fermati. Una specie di incubo!”

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