AMARCORD. LE ORIGINI DELLA PALLAVOLO, NEL CAPOLUOGO E NELLA TUSCIA

Nel capoluogo viterbese tutto era iniziato, con i primi anni sessanta, nel piazzale della caserma dei Vigili del Fuoco.

Si misero insieme i facenti parte del Corpo ed alcuni sportivi, molti dei quali intraprenderanno, poi, la professione di insegnanti di educazione fisica.

Verga, Biagi e Giacoboni erano tra questi: per poter far parte della squadra, però, dovevano fare la tessera di Vigili del fuoco ausiliari.

Si giocava in ambito regionale, sempre su campi asfalto scoperti, spesso sotto la pioggia, talvolta anche sotto la neve.

Le partite casalinghe venivano disputate sul piazzale della caserma, con tanti ragazzi in divisa verde ai bordi del campo, mentre in trasferta ci si andava su due “Jeepponi” Alfa Romeo 1900 del Corpo, le stesse che servivano ogni giorno per i normali interventi in giro per la provincia di Viterbo.

 Una volta a Roma, in evidente ritardo per raggiungere il campo, azionarono le sirene e ottennero il via libera, tra gli sguardi incuriositi della gente che si chiedeva chissà quale incendio fosse scoppiato da quelle parti.

Dopo qualche anno di pionierismo, la squadra fu assorbita dalla nascente Barghini Sport, con giovani rampanti, i vari Navas, Stramaccioni, appunto, ed altri coetanei.

C’era tanta voglia di sfondare, ma Viterbo non riusciva a farlo, anche perché – nel frattempo – erano diventate ben quattro le società (c’erano anche la De Nicolò, il Ragonesi e la Uisp), nelle quali si frazionavano i migliori giocatori su piazza. 

L’intervento risolutore fu quello di Bastiani – presidente della Fabbri Editori, ex Barghini Sport – il quale riuscì a mettere tutti insieme, in un’unica società. Chiamò Tonino Verga come allenatore.

E nel giro di due anni iniziarono ad arrivare risultati “pesanti”: vittorie di più campionati, fino a raggiungere la serie C1.

Un successo che comincia a far diventare appetibile quella casacca, anche ai giovani della Tuscia. Qualcuno di loro approda a Viterbo. Primo fra tutti è Gianni Mascagna, che si “regalerà”, poi, una luminosa carriera, prima nel Volley eppoi nel “Beach”.

Il ragazzo di Ronciglione era stato scoperto durante i Giochi studenteschi: da semplice autodidatta era riuscito a conquistare il titolo regionale.

Non male per uno che fino a quindici anni si era cimentato soprattutto con l’atletica. Non fu difficile convincerlo a coltivare quella straordinaria potenzialità che il sedicenne si portava appresso. Il ragazzo del ’67 iniziò nel 1985, inanellando una serie impressionante di città – e cittadine – in cui si fece valere, da Civitavecchia ad Ancona, dal mare della Sardegna al lago Trasimeno, da Roma a Spoleto.

Proprio in quest’ultima piazza ebbe l’opportunità di essere allenato da Carmelo Pittera, i cui insegnamenti risultarono fondamentali nel completamento del Mascagna sotto rete e di quello fuori dal rettangolo di gioco.

 

Una carriera magnifica, che gli spalancò anche le porte azzurre, seppure l’esordio in Nazionale – nel ’92 a Perugia – coincise con una sconfitta per tre a zero dell’Italia contro l’Argentina. Ha avuto tanti compagni di squadra di altissimo livello, come Marco Meoni e Michele Pasinato, con i quali ha anche condiviso i tre anni di Nazionale, con Velasco in panchina, vincendo una Coppa Confederale.  

Ma soprattutto Mascagna fu tra i primi a intuire che il Beach Volley sarebbe diventato importantissimo in tutto il mondo, una vetrina eccellente ed anche fonte di guadagno.

Soprattutto, però, era la necessità di nuova adrenalina per uno dal “dna” competitivo.  E così – nel ‘99 – ha deciso di lasciare la pallavolo per dedicarsi al Beach Volley, sport in cui è anche più facile far emergere lo spirito vincente, dovendo interagire con un solo compagno di squadra, anziché con tanti giocatori, tante personalità.

E’ stato il terzo italiano a vincere il titolo tricolore per due anni di fila. Da mettere in bacheca insieme agli innumerevoli successi, quasi tutti condivisi con il suo grande amico Andrea Ghirghi.

Vittorie italiane e trionfi all’estero. Tanti. Al punto di farlo diventare uno degli assoluti specialisti della disciplina. Protagonista sulla sabbia fino alla soglia dei quaranta anni.

E, appena appese le scarpette al chiodo, eccolo immediatamente lanciato in veste di coach, ingaggiato addirittura dalla nazionale femminile russa, con cui partecipò alle Olimpiadi, chiudendo al tredicesimo posto, aggiungendo un’altra perla ad un curriculum più che prestigioso. Nessun “Viterbese” si sarebbe mai immaginato niente di simile.

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