TUTTI IN CAMPO! HANNO LASCIATO UNA TRACCIA…GIALLOBLU

Tanti i giocatori valorizzatori dagli allenatori che hanno creduto fermamente in loro. Silipo, ad esempio, riuscì a tirar fuori il meglio da Ambrosi e La Canna, Bagnato riuscì a gestire in zona-gol sia un esperto come Cozzella, che uno molto meno conosciuto come Padella.

Alcuni di questi erano bravi anche su calcio di punizione, da sempre gran bel pezzo del repertorio. Applaudito. Un po’ come la sforbiciata vincente, o una rete di testa in cui il giocatore sale fino in cielo e scaraventa un pallone con la stessa forza dei piedi.

Ecco, la punizione tra i top dell’immaginario collettivo, che strappa il consenso anche al più freddo degli spettatori. E per la verità la Viterbese ne ha avuti tanti di specialisti, sia quelli che usavamo il tiro di potenza, come Boi, ad esempio, che realizzava al termine di un campionato quasi gli stessi gol, di un attaccante, nonostante fosse un centrocampista.

Sfruttando la potenza fecero cose eccelse anche Vuerich e Manfra, anche se alla gente piace di più il tiro “telecomandato”, quello che prese le sue mosse dall’antenato “foglia morta”, tanto caro a Mariolino Corso negli anni sessanta.

Questa tecnica sopraffina si è – via via – ancor più evoluta e i calci di punizione che aggirano, o scavalcano, la barriera, andandosi a piazzare all’incrocio dei pali, son diventati merce sempre meno rara. Non che bisogna essere meno bravi a calciarla, s’intende: è che di giocatori con quest’abilità ora se ne trovano in numero sempre crescente.

Tra tutti, però, Alessandro Frau, dava la sensazione di avere qualcosa in più. Segnò, peraltro, anche in veste di ex, quando tornò alla Palazzina con la Porto Torres.

In quell’occasione il suo allenatore lo aveva imperdonabilmente portato in panchina: lo gettò nella mischia nel secondo tempo e Frau per poco non pareggiava da solo quella gara, aprendo le danze proprio con quel calcio di punizione che, con la maglia gialloblu, aveva suscitato tanto entusiasmo.

La “mattonella” preferita era sul vertice dell’area di rigore: ne derivava un tiro morbido, vellutato, anche troppo facile da vedere, che appariva semplicissimo, quasi come se chiunque potesse fare una cosa del genere.

Invece la magia di quel pallone, che diventava miraggio per il portiere avversario, era solo opera sua, di un grande giocatore e di un bel personaggio. Una volta fece imbestialire un intero stadio gremito in ogni ordine di posti, come quello di San Benedetto del Tronto. Erano in diecimila per quella sfida con la Viterbese, che volava da capolista verso l’illusione di una serie B che poi si tramutò nel celeberrimo, quanto terribile, fallimento, in una delle estati più brutte, quella del 2004.

Frau gioì tante volte in gialloblu, così come pianse – come tutti – in quel pomeriggio di inizio luglio, nel ritiro di San Martino al Cimino, quando fece le valigie per tornare a casa dopo aver appreso della “mannaia” della Covisoc abbattutasi su una Viterbese sognante fino a qualche settimana prima. La Viterbese era stata esclusa dal campionato, la Viterbese non c’era più!

Quella Viterbese che tre anni prima l’aveva rigenerato dopo un paio di esperienze sbagliate e dopo essere stato un “enfant prodige” scelto da Zeman per la Roma.

E che dire di “Nutella” Liverani, un ragazzotto arrivato in sordina a Viterbo, poi diventato allenatore, che ha compiuto un vero e proprio miracolo alla Ternana, portandola alla salvezza a fine maggio del duemila diciassette. Una missione apparentemente impossibile, una scommessa vinta contro tutto e contro tutti. Liverani aveva preso la squadra rossoverde in condizioni di classifica disperate, con il “de profundis” già cantato praticamente da tutti. Ed invece ha stupito. Ha addirittura strabiliato, inanellando una serie di risultati da prima fascia. Ha battuto, nella penultima giornata di campionato, la Spal, che era andata a Terni a conquistarsi la serie A.

La settimana successiva, la vittoria di Ascoli. Sei punti in sei giorni: roba da non credere!

Una meritata salvezza, il giusto tributo ad un giovane allenatore che aveva un conto in sospeso con la buona sorte, dopo alcune esperienze non andate a buon fine, dopo la partenza a razzo su una panchina di serie A, quella del Genoa.

La sua gioia in diretta tv, con qualche chilo di troppo. Con qualche eccesso ponderale era arrivato diciannove anni prima a Viterbo. Ispirava simpatia: con quel suo colore della pelle particolare (ereditato dalla madre somala, che ha sempre adorato e che ha perso tragicamente qualche anno fa) e l’andatura un po’ caracollante. Ma chi capiva veramente di pallone non poteva non intuire che – con quella classe e quei piedi buoni – sarebbe diventato un grande del calcio: praticamente il primo in tutto.

Fu uno dei pochi, infatti, a passare dalla Viterbese alla serie A, “strappato” da Gaucci e consegnato a Serse Cormi. Fu il primo a cambiare radicalmente ruolo, da fantasista avanzato a regista centrale, davanti alla difesa.

A Viterbo ci era arrivato dopo l’esperienza a Cagliari, ripassando da …. casa, vale a dire dalla Lodigiani, enorme fucina di giovani che diventavano puntualmente campioni.

Per quattro anni è stato la bandiera della Viterbese, modificando più volte la propria posizione in campo, ma rimanendo uno dei punti di riferimento essenziali per le vittorie gialloblu.

DAL LIBRO TUTTI IN CAMPO!

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