TUTTI IN CAMPO. DALL’ORATORIO DEGLI ANNI ’60 ALLE SCUOLE CALCIO DEL TERZO MILLENNIO

L’Armata Brancaleone, a confronto, quasi scompariva, ma da quel gruppo decisamente non bellissimo a vedersi uscì fuori tanta grinta ed un tiro di punta da metà campo che superò i favoritissimi giocatori della locale squadra dei Cappucini, i quali masticarono amaro e chiesero, anche spalleggiati da qualche papà, a tutti i costi una rivincita.

In quell’InterDuomo c’era pure gente in gamba, anche se poi finire in una squadra vera di calcio era difficilissimo. Baldini, Facchinetti, Bonifazi, Panza, Coccia, Morbidelli, Carinci, Baggiani, Carinella, Tufano, Taffuri e tanti altri continuarono a divertirsi così, finché tutto venne fagocitato dall’evolversi delle cose, dalla mostruosa metamorfosi del modello sociale e giovanile. Tutto finì, ma quel verso di una canzone di Massimo Ranieri “mangiavo in fretta eppoi correvo via: quanta emozione, un calcio ad un pallone…” fu per molti il tema portante di una infanzia serena.

Il calcio cambiò pelle. Cambiò toni, metodi e modelli. Quei ragazzi diventarono padri ed alcuni di loro, adesso, sono anche nonni, che guardano con curiosità ai nipotini da accompagnare a giocare alla Scuola calcio. I più saggi sanno che è solo un gioco, a differenza della maggior parte dell’esercito dei familiari, che crede di avere in casa un futuro campione, quando, invece, solo uno su cinquemila riuscirà ad esordire in serie A, la maggior parte neanche in Promozione.

E mentre quei ragazzini di una volta giocavano senza mezzi logistici e senza aver bisogno di far spendere nulla a nessuno, adesso per molti è diventato un affare, con le scuole calcio che sono – in Italia – di pari numero delle scuole medie, con un contributo annuale da versare che, nella migliore delle ipotesi, è leggermente inferiore ai cinquecento euro, mentre, in alcuni casi, arriva a sfiorare il doppio della cifra.

E sulle tribune spesso si accendono delle risse tra genitori, esattamente quelli che dovrebbero insegnare ai loro figli che si tratta solo di un gioco, che bisognerebbe approfittare di quelle occasioni per aggregarsi e socializzare, per imparare ad essere uomini migliori, in futuro.

Pensate che lo scorso anno un derby Pulcini tra Juve e Torino è finito a pugni tra genitori, al punto da far esclamare Paolo Pulici, campione degli anni settanta, che era seduto su quelle stesse gradinate, “sogno di allenare una squadra di orfani!”

 

 

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