AMARCORD. NEL “TEMPIO” CHE FU DI ROZZI E TONINO CARINO

In un sabato fatto apposta per il mare, ecco che si insinua, a sorpresa, una giornata particolare, quella del calcio d’estate, che ancora non sai se sia vero o no. E nella terra delle olive, si staglia lo stadio dedicato ai Del Duca, quello che fu il “tempio” di Costantino Rozzi, vulcanico, concreto, che fu per decenni paladino di un calcio di provincia che difende con le unghie una posizione in serie A.

Fu anche il tempio di Tonino Carino, indimenticabile corrispondente di “Novantesimo minuto”, morto otto anni fa ad Ancona, la sua città, quella che aveva condiviso con Ascoli Piceno, diventata la sua seconda casa, dopo l’esplosione della trasmissione televisiva e la popolarità di un giornalista che usciva un pò dagli schemi dei luoghi comuni, al tormentone «Tonino Carino da Ascoli», che ripeteva ogni volta quando faceva i suoi commenti delle partite in tv, alla RAI.  Aveva cominciato la sua carriera al Corriere Adriatico, poi era entrato in Rai, nella sede regionale di Ancona. Al di là di un pizzico di ilarità che aveva suscitato in una parte dei telespettatori, era stato bravissimo ad imporre una presenza in tv fatta di passione e applicazione, di serietà e competenza, che gli permetteva di bucare lo schermo anche senza il famoso “phisique du role”. Così come fecero, nella medesima trasmissione televisiva, i vari  Luigi Necco da Napoli, Cesare Castellotti da Torino, Giorgio Bubba da Genova, etc.

Ad Offida – sua cittadina di nascita – hanno istituito il “Premio Tonino Carino”, concorso giornalistico organizzato dal Comune in memoria del giornalista. Finalità del premio è quella di incentivare la corretta informazione giornalistica e l’impegno professionale dei giornalisti, circa la valorizzazione delle realtà territoriali.

Narrò per anni le gesta della Del Duca Ascoli, che con l’avvento di Costantino Rozzi, subì una profonda trasformazione societaria. Dopo alcuni tentativi poco fortunati (Malavasi, Capello, Eliani) affidò la panchina dell’Ascoli ad un giovane allenatore, esordiente, che vantava solo un po’ di esperienza a livello giovanile. Un ex calciatore che aveva militato sei anni in maglia bianconera e che era stato penalizzato da un grave infortunio mentre difendeva i colori ascolani in un acceso derby con l’antica rivale Sambenedettese: Carlo Mazzone.

La scelta di Costantino Rozzi si rivelò azzeccata: con Mazzone allenatore l’Ascoli in tre anni conquistò la promozione in serie B. “Ora dobbiamo andare in serie A“, disse al Consiglio. “Scherza o dice sul serio?” si interrogarono. Rozzi non scherzava affatto e i circa tremila spettatori che seguivano le partite, raddoppiarono.

Al termine del campionato 1973- 74 l’Ascoli si classificò secondo e fu promosso. Un trionfo per Rozzi, anche nella duplice veste di presidente della squadra promossa e imprenditore edile: chiese e ottenne di ampliare lo stadio per 34 mila posti.

Riuscì a vincere anche quella scommessa. Lo chiamarono “lo stadio dei cento giorni” perché fu completato in soli tre mesi.  

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L’accoppiata Rozzi-Mazzone (nella foto il primo in alto da sinistra) risultò ancora una volta vincente per l’Ascoli che riuscì a salvarsi pur dovendo fronteggiare squadroni come Juventus, Milan, Inter. L’Ascoli chiese di disputare la prima partita di campionato fuori casa, proprio per avere una settimana di tempo in più per sistemare gli ultimi lavori. Il debutto allo stadio S. Paolo di Napoli fu terribile: vinsero 3-1 i partenopei e per la matricola bianconera fu un esordio davvero amaro. Ma sette giorni dopo, al Del Duca (portato alla capienza di 34 mila posti) l’Ascoli conquistò il suo primo punto nel massimo campionato pareggiando (l-l) con il Torino di Edmondo Fabbri, ex Commissario Tecnico della Nazionale azzurra.

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