CALCIO E COMUNICAZIONE: LE DINAMICHE DI TANTO TEMPO FA

Le regole sono sempre le stesse, valgono per ogni generazione, ma se non si sogna qualcosa non servono a niente! (Un calciatore bravo e intelligente di una volta)

La comunicazione sportiva di una volta era anche la storia di ragazzi che si avvicinavano timidamente all’attività giornalistica in un capoluogo di provincia non certo brillantissimo per iniziative e trampolini di lancio, in quel panorama di inizi anni ’70 che offriva davvero poche possibilità.

Non c’erano ancora  le tv e le radio locali, tantomeno i siti internet. Pochissimi i quotidiani. Uno di questi era Il Tempo, fondato da Renato Angiolillo, un “monumento dell’informazione”. Così appariva agli occhi di un ragazzo alle prime armi, affascinato dall’odore della carta stampata, più che della prospettiva di poter fare del giornalismo una professione redditizia.

Un vero e proprio sogno era vedere la tanto sospirata firma. Quella firma in neretto posta in fondo all’articolo pubblicato sul giornale. Non arrivava subito: prima c’era la sigla, l’acronimo di nome e cognome. Non era molto, ma pur sempre qualcosa da mostrare con orgoglio agli amici e conservare con cura.

La redazione viterbese era diretta da Giorgio Martellotti, che non si stancava mai di ripetere ai pochi giovani con cui aveva a che fare, che  “fa notizia l’uomo che morde il cane”, non certo il contrario. Oppure  che “tagliavano Benedetto Croce in terza pagina”, quella riservata alla cultura.

Figuriamoci se non si poteva tagliare – in assenza di spazio – un articolo della Viterbese giovanile. Tra qualche anno – sosteneva – la tua attenzione si rivolgerà altrove e il panorama cambierà, insieme ai tuoi interessi. E forse aveva ragione.

Le statistiche e i numeri che il calcio esprime – sapendoli interpretare – aiutano a capirlo meglio e ne danno una visione più completa. Spesso smussano gli angoli del soggettivo.

Ma anche le storie del calcio, pure quelle piccole, che talvolta fanno ugualmente “grandi” i personaggi. “Grandi” nella considerazione, non necessariamente nel clamore e nello scenario rutilante che potrebbero generare.

Non campioni a tutti i costi, ma buoni sportivi, meglio ancora se capaci di sommare la componente umana alle gesta dei campi da gioco, rendendo l’insieme molto più armonioso. Quelli che hanno accompagnato i nostri anni di “viaggio” nel mondo dello sport.  Quelli che – in qualche modo – ci hanno colpiti, spesso rapiti, talvolta sorpresi. Al punto di farci fermare almeno un attimo a pensare, a ricordare.

Il nuovo ha cominciato a mescolarsi con i ricordi del passato, quelli di chi si compiace di amare lo sport, spesso con il cruccio di non riconoscerlo più. Lo ha detto un grandissimo campione come Cruiff e noi, nel nostro piccolo, siamo pienamente d’accordo.

Il nostro modello ideale rimane quello del calcio in bianco in nero. Un altro calcio, un altro mondo, in cui si poteva credere in cose migliori, in un futuro carico di sorprese positive. Probabilmente non tornerà più, ma va bene anche così. Almeno proviamo a crederlo.

Che scrivere e raccontare sport – cioè – rappresentino ancora un momento di riflessione e sana costruzione, senza effetti speciali, ma nel rispetto della semplicità, della correttezza, della trasparenza, della concretezza, della tradizione.

Perché la vera essenza del raccontare sport è soprattutto questa, nella scia della tradizione che ha lasciato dietro di sé tanti valori importanti. Da riscoprire, non certo da cancellare.

Viviamo il presente che porta con sé il pregio delle cose belle da custodire bene, quasi con gelosia. Sensazioni accattivanti: esattamente quelle che ci han mossi verso questa avventura, nel connubio tra passato e….futuro.

Soprattutto per chi non dimentica mai – scrivendo o giocando a pallone –  di avere avuto bravi maestri. Ciò non è mai un peso, ma – anzi – una preziosa risorsa!

 

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