VITERBESE-PRO PIACENZA. CHI E’ L’ALLENATORE AVVERSARIO, FULVIO PEA

In questa interessante intervista di Andrea Bonso, il tecnico lombardo si è raccontato, parlando a 360 gradi, come ama fare lui. 

A quale esperienza in prima squadra è più affezionato?

Per tanti motivi diversi praticamente tutte, perché ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa sia dal punto di vista tecnico che morale.

Il momento più bello vissuto in panchina?

Il mio primo anno da allenatore, all’oratorio dei Cappuccini. Iniziai la stagione con 8 bimbi di 8 anni, e proseguì peggio, 1 punto fatto e tutte sconfitte. La vittoria più grande fu quella di finire la stagione con 36 bimbi, significa quindi che l’entusiasmo aveva coinvolto i miei piccoli atleti che a loro volta avevano “contagiato” i loro compagni di squadra. BELLISSIMO!!!!

Ha dei rimpianti riguardo la sua carriera da allenatore?

I rimpianti appartengono al passato, ma per guardare al futuro, c’è solo bisogno di vivere il  presente, anche perché, comunque, tutte le esperienze, sia negative che positive, aiutano a maturare.

Lei ha passato molti anni nei settori giovanili. Come è cambiata la filosofia e il modo di lavorare nel corso degli anni?

Sicuramente qualcosa è cambiato, ma credo fortemente che sia cambiata la società in cui viviamo e che il benessere abbia allontanato i nostri ragazzi dalle strade, vera palestra fondamentale e determinante dei calciatori del passato.

Anche se è vero che le più quotate società Italiane stanno tentando di “recuperare”, creando metodologie di lavoro valide ed efficaci, ma ci vorrà del tempo e tanti “investimenti”!

Quando si a che fare con i ragazzi, bisogna essere sia allenatori che educatori. Come si conciliano le due cose?

È molto facile perché io parto dal presupposto che noi allenatori siamo come gli insegnanti. C’è chi insegna alle elementari (educatori), chi alle medie e superiori (istruttori), chi all’università (allenatori). Ognuno ha compiti e tematiche psicologiche differenti perché diverse, sono le età. 

I contenuti, i modi, le strategie e le motivazioni saranno sicuramente diverse per ogni categoria, ma i primi a sapere chi vogliamo essere, siamo proprio noi mister, che abbiamo il compito di specializzarci nel ruolo prescelto.

Ha potuto confrontarsi e vedere da vicino il lavoro di grandi allenatori, come Gigi Simoni, José Mourinho, Benitez e Mazzarri . Può raccontarci cosa hai imparato da ognuno di loro?

Quando osservi uomini di così grande spessore, diventa difficile copiare, imitare, o “rubare”, perché ognuno di noi, per essere credibile con i propri atleti, deve essere sempre se stesso. E poi loro allenavano campioni, mentre io, fino ad oggi, non ho mai avuto la fortuna di poter guidare squadre con atleti di caratura internazionale, con qualità elevate, e personalità forti.

E’ vero che ha avuto un buonissimo rapporto con Mourinho? Ci può raccontare qualcosa sullo “Special One”?

Ho sempre rispettato il lavoro di tutti, e lui, ha rispettato il mio, con GRANDE professionalità e con quel pizzico di nobiltà che è nella sua natura. Mi spiego meglio: un venerdì mi chiese quale era la mia formazione della gara del weekend. Conoscendolo da qualche mese, capii che aveva l’esigenza di convocare, per la sua gara, un primavera e quindi lasciai a lui la scelta. Fu tempo perso perché solo dopo avergli detto il mio undici titolare, scelse il migliore delle riserve. Senza parole, vero? Su Josè ho tanti aneddoti…

Perché i giovani dell’Inter, nonostante facciano parte di uno dei migliori settori giovanili in Italia, spesso e volentieri non riescono ad affermarsi in prima squadra?

Credo siano due le motivazioni principali: La nostra cultura sportiva è fatta da troppi “tutto e subito”. È’ però impossibile vedere un giovane costante nel suo rendimento, perché il giovane può dare tantissimo, e dopo poco sbagliare la partita più semplice. L’esperto, invece, ha un rendimento costante seppur meno eclatante. I campioni non nascono tutti giorni, quindi è difficile trovare diciottenni già formati sia a livello fisico che completi a livello tattico e forti/capaci di sopportare la tensione attorno al nostro calcio (che è diverso da quello europeo), anche perché le nostre prime squadre sono composte da giocatori d’élite.

Ha allenato tanti giovani che poi hanno fatto il salto di qualità. Tra i tanti, su chi avrebbe scommesso a priori? Su chi, invece, puntava molto, ma alla fine non ha mantenuto le premesse?

Poli e Destro erano due calciatori che già a 17 anni erano “spudoratamente” bravi, perché completi dal punto di vista tecnico e maturi dal punto di vista psicologico. Qualcuno invece per rispondere alla seconda parte della domanda, arriverà, ha solo bisogno (come i “98”calciatori) di completare il processo di crescita, e quindi di perfezionamento personale, facendo esperienze nelle categorie inferiori.

 

Lei è a favore delle squadre B in campionati come la Lega Pro?

Sono un paladino da dieci anni di questa “futuristica” iniziativa, perché credo, per le stesse ragioni descritte prima, che i ragazzi maturino con maggior successo solo dopo aver assaggiato il calcio “adulto”, cioè quello dei tre punti giocati al fianco di compagni che sono a capo di una famiglia, che pagano il mutuo, e che il loro contratto successivo dipenderà anche dal risultato di ogni singola domenica.

 

 

 

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