TUTTI IN CAMPO. IL PERIODO D’ORO DELL’AS CIVITA

Si partì! Con tanto entusiasmo, tanta organizzazione e non senza sacrifici, con quella prima squadra che scalò diverse categorie e divenne anche la sponda ideale per un settore giovanile che crebbe in modo esponenziale, con il grande lavoro di Mario Romani, vero factotum, ma anche dell’inseparabile Mario Chelini e di Angelo Borromei, il primo allenatore della squadra Esordienti, quella dello storico inizio, mentre ancora faceva il giocatore.

Un problema che incontrava spesso quella squadra biancorossa erano i tanti arbitri Civitonici chiamati a dirigere, i quali, per evitare di farsi connotare come “di parte”, finivano spesso per fischiare chiaramente a sfavore. Chi ne fece più di una volta le spese fu Aldo Cavalieri, nipote dell’arbitro Costante Petrucci. Una volta, di fronte all’ennesimo cartellino rosso sbottò: “Zio, ma mi cacci sempre a me?”.

Un tremendo destino attendeva spietato i due terzini di quella squadra, Roberto Lazzarini e Mauro Vittori. Un pomeriggio d’estate, in un incidente in moto sulle strade del lago di Bracciano, se ne andò Roberto. Un terribile schianto ci fu anche per Mauro, che lo vide in fin di vita per tanti giorni all’ospedale di Roma. Quest’ultimo, adesso, gestisce un bar sulla piazza principale di Civita Castellana e probabilmente ogni tanto ripenserà ai giorni belli trascorsi con addosso quella maglietta dell’AS Civita, la cui prima versione era bianca con una banda rossa traversale sul petto.

Era uno di quelli della classe ’63, esattamente una generazione dopo di quei Civitonici che venti anni prima avevano giocato una partita alla Palazzina di Viterbo, contro i locali Gialloblu, che gareggiavano fuori classifica. In quella forte squadra della Viterbese c’erano i vari Natali, Morera, Di Prospero, Piccoli, Ercoli, Rossi, ma il Civita Castellana era andato addirittura in vantaggio nel primo tempo, su un terreno innevato. Tornando in campo, nella ripresa, il portiere Granatelli disse ai suoi compagni di squadra: “non ci sperate troppo, non vi illudete! Vedete le orme sulla nostra metà campo di ora? Ci sono soltanto quelle di chi ha segnato il gol, mentre l’altra metà campo è completamente calpestata!” Fu facile profeta, visto che nella ripresa anche quella metà campo si riempì di tante impronte e la partita finì 4-1 per la Viterbese.

A metà tra queste due generazioni, invece, c’era Alessandro Tuia. Era il duemeilauno, quando l’oratorio San Giuseppe Operaio, gestito dal popolare Don Mario, aveva rifatto il fondo del campetto, con un’invitante erba su cui si rotolavano tanti ragazzini classe novanta. Qualcuno cercò un contatto per un’amichevole con i pari età della Lazio per l’inaugurazione. La cosa andò in porto e si giocò: il tecnico biancoceleste chiese informazioni su quattro ragazzi, praticamente di casa  accanto a quella chiesa, Tuia, Cavalieri, Lazzarini e Carvetti. A Tuia andò particolarmente bene, perché fece tutta la trafila con la Lazio, esordendo anche in serie A, il trentuno maggio del duemilanove, in una gara di certo non banale, nientemeno che contro la Juventus, davanti a quarantamila spettatori.  

DAL LIBRO TUTTI IN CAMPO!

 

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