LA “FAVOLA” DEI RAGAZZI DEL PIANOSCARANO DEGLI ANNI SETTANTA

Tra questi vi era Alfonso Talotta, il quale cercò di gestire al meglio le due grandi passioni, quelle per il gioco del calcio e per l’arte, riuscendo in entrambe con apprezzabili risultati. Una sorta di artista a tutto tondo, con la spiccata sensibilità nell’osservare tutto ciò che l’ha circondato e di seguire con attenzione anche gli eventi culturali che – in qualche modo – lo ricollegano alle proprie radici. Meglio ancora se vissute in primissima persona, come ciò che ci racconta in questa occasione.

“Inizia tutto tra i vicoli del quartiere – dice Alfonso Talotta – di Pianoscarano e il campetto dell’oratorio della parrocchia di Sant’Andrea, “guidata” dall’indimenticato e indimenticabile don Sebastiano Ferri, sacerdote esemplare e padre spirituale di tutti noi, in quei primi anni sessanta.

Noi, gli amici, in quel periodo, sempre insieme: la mattina tra i banchi della scuola elementare “Goffredo Mameli”, tra piazza della Morte e piazza San Lorenzo. Il pomeriggio, al doposcuola, nei locali dell’asilo, con le suore che ci seguivano nei compiti. Poi – di corsa – all’oratorio per organizzare partitelle di calcio, che andavano avanti sino al tramonto, quando le mamme ci chiamavano da casa – abitavamo tutti lì intorno – per farci rientrare a malincuore nelle nostre abitazioni.

Tra i nomi che assiduamen frequentavano l’oratorio c’erano, oltre a me, altri con i quali avremmo giocato insieme nel Pianoscarano: Roberto Rossi, Massimo Bertini, Luigi Molinaro e i tre cugini Sergio Corinti, Daniele Goletti e Claudio Bonucci. Il primo diventerà il capitano della nostra squadra allievi, il secondo arriverà a giocare, come portiere, in serie A, con il Cagliari e il terzo è il padre di Leonardo Bonucci, calciatore di Inter, Juventus, Milan e della Nazionale. Poi tanti altri che avevano trovato nell’oratorio un luogo sicuro, accogliente e divertente.

Intorno alla metà degli anni sessanta, si era costituito, nella società sportiva del Pianoscarano, il N.A.G.C. (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori) e noi, quindi, avevamo una struttura sportiva che affiancava il nostro percorso di giovani atleti: visite mediche, allenatore, impegni fissi settimanali e tornei di calcio ufficiali.

L’ossatura per la squadra allievi, che dominerà i campionati provinciali dei primi anni settanta, si stava costituendo.

In quel periodo, un altro oratorio si dava da fare per far crescere validi calciatori e da lì uscirà quello che poi sarà il mio “gemello del gol”, Gianni Caporossi, altro goleador di razza, che arriverà a giocare in serie C con la Viterbese.

Con lui fu una coppia d’attacco  irresistibile, capace di segnare quaranta gol a campionato. Incontrerò più tardi, alla Viterbese, altri due calciatori che in quel periodo, nell’oratorio della Verità, stavano facendo bene come attaccanti e che poi, invece, nella nostra squadra Juniores regionale della Viterbese, ricoprirono un altro ruolo, diventando due forti difensori: Paolo Ciatti e Massimo Proietti.

Nei campionati Giovanissimi non avevamo rivali, vincevamo tutto ed io, centravanti con il fiuto del gol, sempre la classifica dei cannonieri. Una volta, in un torneo disputato nel campetto superiore dell’oratorio della Verità, quello di minori dimensioni, riuscii a segnare, in otto partite, trentadue reti!” “Calimero” – questo il soprannome che don Sebastiano gli aveva affibbiato – era il “terrore” di tutte le squadre che incontravano il Pianoscarano.

Gli riconoscevano un talento naturale, una tecnica raffinata nel toccare la palla. Uno dei suoi passatempi, in quel periodo, per i suoi amici di quartiere, era quello di palleggiare, magari in piazza Scotolatori, con la palla che per tanti minuti non toccava terra, volteggiando nell’aria tra colpi di piede, di ginocchio, di tacco, di spalla e di testa. Tutto terminava tra gli applausi dei compagni.

Non è un caso nel 1968 era stato scelto per andare alla scuola calcio di Coverciano insieme a Giulio Benedetti, altro “pianoscaranese”, di qualche anno più grande, forte difensore. La cosa – però – non ebbe seguito: era troppo piccolo – aveva undici anni e ce ne volevano, invece, quattordici. Giulio aveva l’età giusta, ma non andò per motivi familiari.”

Ancora oggi – prosegue Alfonso – ricordo con piacere i miei allenatori di quel periodo. Il primo, al N.A.G.C., fu Ezio Croce, che mi insegnò le primissime cose, eppoi “lui”, quello fondamentale per tutti noi, il grande, mitico, “Sor Giovanni”. Giovanni Patara: con lui siamo diventati dei veri calciatori e se ci fossero stati i tempi di oggi, con i vari gemellaggi, provini e contatti con squadre titolate, sicuramente molti di noi avrebbero raggiunto importanti traguardi, nel cosiddetto calcio che conta.”

DAL LIBRO TUTTI IN CAMPO!

 

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