TUTTI IN CAMPO. L’OCCASIONE DI VENERUSO

Agli albori del terzo millennio sono ormai innumerevoli le società di Viterbo e provincia che svolgono attività di settore giovanile, talvolta con tecnici improvvisati e pochi mezzi organizzativi a disposizione. Dilagano le scuole calcio, che spesso servono soprattutto per reperire soldi per pagare qualche giocatore della prima squadra (partecipante ai campionati di prima o seconda categoria) che va a compiere il “canto del cigno” in qualche squadretta, dilapidandone tutto il gruzzoletto a disposizione, talvolta facendo sì che  – quell’eccesso – porti inesorabilmente alla scomparsa, negli anni successivi, della società poco avveduta.

Nessuno di quei giovani, però, riesce a salire di categoria. Chi poteva averne le qualità era, ad esempio, Giovanni Veneruso. La sua l’occasione – per la verità – la ebbe anche, ma non fu fortunatissimo.

Dal Pianoscarano era riuscito a spiccare il volo verso il Grosseto. Aggregato alla formazione Berretti, stava cercando di meritarsi una conferma, dopo le prime prove del precampionato.

Una mattina, però, non gli suonò la sveglia:  arrivò mezzora in ritardo agli allenamenti e l’allenatore maremmano decise di rispedirlo al mittente, connotandolo come poco affidabile.

E pensare che, invece, lui era uno dei giovani che avevano maggiormente la testa sulle spalle, uno dei pochissimi abituati a farsi tutte le cose in casa, anche a stirare. Ma questo nessuno gli chiese, né cercò di capire se quel ritardo fosse davvero il segno di un comportamento dissennato o se, invece, solo un “incidente di percorso” che sarebbe potuto toccare a chiunque. Lui, che appena poteva, andava a dare una mano ai genitori, che avevano un negozio di fiori nel popolare quartiere di Villanova, sul cui campetto si sono messe in mostra centinaia di giocatori, giovani e non.

Di fatto, sfumarono così i sogni del ragazzo del ’92, uno dei talenti più palpabili che sembrava potesse riuscire a sfondare. Così, almeno, avevano ipotizzato alcuni osservatori che lo avevano seguito nella sua evoluzione,

Veneruso aveva potenzialità indiscusse, come detto, palesate già dai tempi dei Giovanissimi, quando fece parte di una bella nidiata al Calcio Tuscia, insieme a Provenzano, un altro di quelli cui era stato pronosticato un futuro luminoso.

Era il classico trequartista, quello che una volta era tatticamente un valore aggiunto, quello che sa giocare meglio degli altri al calcio e che spesso risolve le partite, anche se difficilmente è possibile ingabbiarlo negli schemi.

Lo chiamavano “Pettine” per il suo modo di toccare il pallone, con la delicatezza di un bravo parrucchiere sulla testa del cliente da mettere in bella evidenza.

“Pettine” rispondeva sul campo e il sinistro era il suo pezzo di bravura, insieme al calcio di punizione, grazie al quale riusciva a “spopolare” in ambito giovanile. Avrebbe potuto sfondare, continuano a dire in molti. Ma quella è tutta un’altra storia.

Come le storie particolari – anche rare – che nascono nella Tuscia e sfociano concretamente in altre parti d’Italia, incastonandosi in scenari di primo piano.

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