TUTTI IN CAMPO. CAMILLI E GLI ALLENATORI

Valerio Bertotto è stato uno degli ultimi della gestione-Camilli. In termini cronologici, s’intende! Anche lui, come molti suoi predecessori, sono passati attraverso l’esonero. Anche lui, come più di un suo collega, ha commesso lo stesso errore: commentare brutte prestazioni come fossero state, invece, performances accettabili. Al contrario di come le avevano viste gli osservatori più attenti, la maggior parte degli spettatori e, soprattutto, Piero Camilli. E’ più facile che l’imprenditore di Grotte di Castro perdoni una sconfitta che una prova scialba analizzata in maniera troppo ottimistica dall’allenatore. Ne avevano già fatto le spese quelli del primissimo anno, quello dell’Eccellenza, così come Gregori in serie D, dopo addirittura un sei a due casalingo, ma ottenuto contro un’avversaria davvero inesistente e giocando malissimo.

Al “voi avete visto un’altra partita!” lanciato in sala stampa seguì un immediato esonero, perché – guarda caso – anche Camilli aveva visto un’altra partita, ma quella giusta!

Bertotto, quindi, come Sanderra, come Ianni ed altri che non hanno ancora imparato che – dopo una brutta prestazione – si dovrebbe andare in sala stampa chiedendo scusa alla società, con la speranza che essa voglia concedere un’altra occasione. Chi – di contro – inizia a dissertare, come se quella squadra così brutta in campo fosse la “più bella del reame”, rischia un bel harakiri, se per caso il suo giudizio con combacia con quello del patron gialloblu, ma anche – è bene dirlo – con gli analisti più seri. Camilli, negli anni, si è fatto la fama di “mangiallenatori”. Sicuramente qualcosa di vero ci sarà pure, ma l’esperienza diretta, che abbiamo fatto con la sua gestione viterbese, ci porta ad ammettere che gran parte degli esoneri che ha deciso lui, li avremmo decisi anche noi!

Caso mai viene da chiedersi se qualcuno di quegli allenatori sia stato scelto non in modo adeguato, ma – per il resto – Camilli è sempre partito senza nessuna prevenzione nei confronti dei tecnici, salvo, poi, farsi un’idea sempre più negativa, in base ai risultati, ma soprattutto alle sfasature evidenziate dal campo di gioco.

In questi casi viene istintivo ripensare alla vecchia generazione di allenatori, quelli molto più pratici, assolutamente mai prigionieri degli schemi, ma condizionati soltanto dalla bravura dei giocatori a disposizione. Chi gioca con un solo attaccante – salvo casi rarissimi – rischia di avere una squadra con tante mezzepunte e trequartisti, i quali spesso intasano anziché “percuotere”. Si genera tanta confusione – scambiata per densità – e i pochissimi centrocampisti in campo rischiano di essere presi in contropiede, anche da avversari meno dotati tecnicamente.

Ecco, questa descrizione si può spalmare sull’operato di Bertotto, persona peraltro educata, dalle buone maniere, sempre molto elegante. Il suo vestito blu, con camicia bianca e cravatta, indossato in quasi tutte le partite, è stata l’icona di un portamento signorile, che, nel calcio di oggi, con sempre meno valori, non guasta affatto.

Poi, però, l’aspetto tattico e tecnico è tutta un’altra cosa e il giovane rampante, che non aveva fatto la gavetta, passando direttamente al “liceo” delle nazionali giovanili, si è ben presto incartato.

Non gli è stata d’aiuto neanche la nuova – discutibilissima – regola delle cinque sostituzioni. A chi l’ha applicata quasi per intero – stando a ciò che si è visto dalla tribuna – è sembrato quasi che creasse ansia, come se quei cambi dovessero per forza essere effettuati tutti e nel più breve tempo possibile. In più di un’occasione sono sembrate sostituzioni inopportune, che, con tre opzioni a disposizione, non sarebbero mai state fatte.

Dopo l’esonero di Bertotto – come sempre accade – si è scatenata la caccia al successore: via, quindi, al “totoallenatore” che, nella maggior parte dei casi, è fatto di totale fantasia e voci inventate.

A noi le voci non piacciono, né tantomeno la “sindrome da scoop”. Il lavoro giornalistico più corretto da fare, in certi casi, è lento e preciso, composto esclusivamente da contatti effettivi con chi deve prendere le decisioni.

Certo, non tutti hanno questa possibilità, che si crea e coltiva negli anni soltanto grazie alla professionalità e alla correttezza, elementi – questi – che pagano sempre.

DAL LIBRO “TUTTI IN CAMPO!”

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