AMARCORD. GLI APPROCCI GIORNALISTICI NEL CALCIO DEGLI ANNI ’70

Il calcio degli anni settanta è anche la storia di ragazzi – poco più che sedicenni –  che si avvicinavano timidamente all’attività giornalistica in un capoluogo di provincia non certo brillantissimo per iniziative e trampolini di lancio, in quel panorama di inizi anni ’70 che offriva davvero poche possibilità.

Non c’erano ancora  le tv e le radio locali, tantomeno i siti internet. Pochissimi i quotidiani. Uno di questi era Il Tempo, fondato da Renato Angiolillo, un “monumento dell’informazione”.

Così appariva agli occhi di un ragazzo alle prime armi, affascinato dall’odore della carta stampata, più che della prospettiva di poter fare del giornalismo una professione redditizia.

Un vero e proprio sogno era vedere la tanto sospirata firma. Quella firma in neretto posta in fondo all’articolo pubblicato sul giornale. Non arrivava subito: prima c’era la sigla, l’acronimo di nome e cognome. Non era molto, ma pur sempre qualcosa da mostrare con orgoglio agli amici e conservare con cura.

La redazione viterbese era diretta da Giorgio Martellotti, che non si stancava mai di ripetere ai pochi giovani con cui aveva a che fare, che  “fa notizia l’uomo che morde il cane”, non certo il contrario.

Oppure  che “tagliavano Benedetto Croce in terza pagina”, quella riservata alla cultura.

Figuriamoci se non si poteva tagliare – in assenza di spazio – un articolo della Viterbese giovanile.

Tra qualche anno – sosteneva – la tua attenzione si rivolgerà altrove e il panorama cambierà, insieme ai tuoi interessi. E forse aveva ragione.

Il nostro modello ideale rimane quello del calcio in bianco in nero. Un altro calcio, un altro mondo, in cui si poteva credere in cose migliori, in un futuro carico di sorprese positive. Probabilmente non tornerà più, ma va bene anche così. Almeno proviamo a crederlo.

Che scrivere e raccontare sport – cioè – rappresentino ancora un momento di riflessione e sana costruzione, senza effetti speciali, ma nel rispetto della semplicità, della correttezza, della trasparenza, della concretezza, della tradizione.

Perché la vera essenza del raccontare sport – secondo noi – è soprattutto questa, nella scia della tradizione che ha lasciato dietro di sé tanti valori importanti. Da riscoprire, non certo da cancellare.

Viviamo il presente che porta con sé il pregio delle cose belle da custodire bene, quasi con gelosia. Sensazioni accattivanti: esattamente quelle che ci han mossi verso questa avventura, nel connubio tra passato e….futuro.

Soprattutto per chi non dimentica mai – scrivendo o giocando a pallone –  di avere avuto bravi maestri. Ciò non è mai un peso, ma – anzi – una preziosa risorsa!

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