AMARCORD. BASKET, LINNELL JONES E LA SISV

Difficilmente una carriera giornalistica dipanata nella Tuscia avrebbe avuto un senso compiuto – seguendo il basket – se non si fosse avuta la fortuna di incontrare sulla propria strada una fuoriclasse assoluta della palla a spicchi.

Parliamo di un’Americana, di Linnel Jones, “artista” inimitabile, capace di incantare e condurre alla vittoria le sue compagne di squadra. Nei suoi anni trascorsi a Viterbo dette tantissimo all’ambiente biancorosso, ma  – senza ombra di dubbio – ricevette altrettanto, risultando tra le più amate di sempre, soprattutto quando trascinò la Sisv alle finali per lo scudetto o alla finale europea del febbraio del 1985.

Il capoluogo della Tuscia era da giorni stretto in una morsa di gelo: molte auto erano rimaste “intrappolate” ai bordi delle strade o nei parcheggi: stavano lì, in attesa che il tempo tornasse a riscaldarle e “liberarle”.

Al nuovo palazzetto dello sport non ci si arrivava neanche tanto facilmente – immancabile qualche goffa caduta   –  ma alla fine l’impianto era stracolmo: la Jones aveva “sciolto” completamente una città gelata dalle condizioni climatiche.

Il presidente Enzo Colonna l’aveva scelta nel novero delle straniere pronte a sbarcare in Italia, tutte gestite da un procuratore che aveva una suite in un albergo di Roma e diversi numeri di telefono, negli anni ancora lontani dall’avvento del cellulare.

Un’Americana in gamba, che secondo la FIP sarebbe dovuta costare non più di quaranta milioni di lire, ma se davvero si voleva tesserare una top player così, allora bisognava allentare molto di più i cordoni della borsa.

Un bel sacrificio per Colonna e gli altri soci. Anche perché queste giocatrici volevano un appartamento tutto per loro – con televisore, stereo e altri accessori – e non accettavano di condividerlo con altre. Per cui le spese lievitavano.

Ma poi, per quello che succedeva in campo, valeva l’impegno economico, seppur non facile da supportare.

Linnell aveva iniziato la sua avventura a Viterbo in un pomeriggio di fine estate. Era andata a prenderla, a Roma, Memmo Giusti, un altro di quelli che per anni è stato al fianco di Colonna per tenere in piedi la società, inventando di continuo qualcosa di nuovo da sponsorizzare.

La Jones sbucò da Via Oslavia, dalla parte della caserma dei Vigili del fuoco, con il borsone a tracolla. E in campo ci andò subito, alla Palestra della Verità, praticamente il tempo di tirar fuori scarpette e calzoncini dall’ampia borsa ed era già pronta.

Magari non erano del tutto pronte – al suo modo energico di giocare e di passare il pallone – le altre compagne di squadra. Ne fece subito le spese Emanuela Silimbani, che rimediò una gran pallonata in faccia, non senza qualche risatina nel gruppo. Si vide subito che “Papillon” – così ci piacque chiamarla nel corso della sua esperienza a Viterbo – aveva dei mezzi tecnici eccezionali, anche se fisicamente non era sembrata, a prima vista, il prototipo dell’atleta.

Una impressione poi totalmente smentita da intere stagioni di corse a perdifiato, su e giù per il campo di basket.

Ed ancora adesso, che è la signora Mc Kenney, che ha i capelli brizzolati, sta spesso con un pallone con gli spicchi in mano, ripensando a quella favola vissuta insieme a tanta gente, nella città dei Papi.

“Tra i tanti canestri che ho realizzato – dice Linnell – non posso dimenticarne uno, in particolare, in una sfida importantissima. Una mia compagna di squadra, in entrata, mi passa la palla sul lato opposto del campo, proprio mentre stava per esaurirsi il tempo. Sembrava che non si potesse far niente altro ed invece infilo tre dribbling, mi giro, tiro da metà campo e vedo il pallone infilarsi nella retina, tra la gioia della gente.Ho ammirato molto, come avversaria, Lynette Woodward, probabilmente la giocatore più forte contro cui ho giocato. Nel nostro team, invece, non ho avuto preferenze: siamo stati una squadra affiatata, che ha sempre giocato bene insieme.   

Quando sono sbarcata a Roma non ero mai stata fuori dall’America, quindi ero molto preoccupata per diverse cose.

Anche per quello che avrei potuto mangiare: non ero affatto una mangiatrice di pasta. Ho preso un autobus e ho girato per Roma in cerca di un posto per mangiare un hamburger e le patatine fritte, ma non le ho trovate. Tuttavia Coach Aldo Corno e la moglie Antonella mi hanno preso sotto le loro ali, curando anche la mia alimentazione, trovando posti in cui mangiare in modo americano, fino a quando sono stata in grado di mangiare – e apprezzare  – la cucina italiana.

Del basket giocato, invece, ricordo tantissime cose. La nostra squadra andata ai play-off al mio primo anno. Dopo la partita, in strada, ho guardato all’indietro e “The Boys ” mi stavano inseguendo: volevano la mia maglietta, che ho visto poi indossata in tribuna la domenica successiva.

E’ stato divertente, così come sempre bello il sostegno della gente. Mi ricordo quando siamo andati alla Coppa Italia a Ischia, e abbiamo vinto: è stato il più bel viaggio che avessi mai fatto. Ho viaggiato in treno e in nave (guardando anche i delfini in acqua), tutte cose che non avevo mai sperimentato prima.

La maggior parte di tutti i tifosi, la squadra, gli allenatori e il presidente, mi hanno fatto sempre sentire a casa. E’ stato un sogno che si è avverato: tanti ricordi e un sacco di amici che ancora rimangono nel cuore.

Dio mi ha benedetto per questa esperienza: benedica Viterbo, e tutti i miei amici!”

E pensare che quella squadra diventata – nel tempo – gigantesca era nata molti anni prima in vesti più ridotte, dalla passione di Enzo Colonna, una vita appresso a quella pallacanestro a cui sicuramente ha dato assai più di quanto ricevuto.

Il primo abbinamento commerciale importante fu quello della SISV Gaggioli, in bella evidenza sulle maglie indossate dalle ragazze che vinsero a Napoli lo spareggio con Chieti e salirono in serie A.

Nei giorni successivi una grande festa nella villa di Giacomo Gaggioli, alla periferia di Viterbo. Per i fortunati presenti fu anche l’occasione per vedere quelle atlete per la prima volta senza scarpe da ginnastica e pantaloncini, ma con il volto truccato, con una grazia che tornava a spiccare.

Zita Di Lucantonio era tra le più ammirate, insieme a Tiziana Panella: tra un drink e l’altro, tra un rustico e un piatto rapido, armeggiando nelle lunghe tavolate imbandite per il buffet.

Momenti fulgidi, di basket e di costume. Uno di questi fu vissuto a Capri, come detto, in occasione della vittoria della Coppa Italia, manifestazione che le Viterbesi vinsero addirittura due volte di seguito. Da più parti si cercò di sminuire il doppio successo, ritenendo la Coppa qualcosa di secondario, dimenticando – però – che precedentemente era stata appannaggio di formazioni storiche come la Geas e la Standa, pietre miliari della pallacanestro femminile. Dopo la vittoria della Sisv Italbyte – nel 1984 – la Coppa Italia venne sospesa, per riprenderla poi dieci anni più tardi.

A Capri, in quella finale contro l’Avellino, l’intero pubblico di casa “adottò” le biancorosse allenate da Aldo Corno, sostenendole con un gran tifo dall’inizio alla fine. Fu anche l’ultimo giorno per l’allenatore, lanciato da Viterbo nel grande basket, che diventerà – poi – il  più titolato mai esistito in Italia.

(DAL LIBRO “CARO SPORT, TI SCRIVO…”)

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