GLI ORATORI. “LABORATORI” E CALCIO DA INVENTARE!

Strada, uguale oratorio. Oratori, uguale cuore! Inteso come centro esistenziale di aggregazione e crescita collettiva, dispensatore naturale e gratuito di buone maniere.

Oratori che sono scomparsi, insieme alla strada, all’arte di accontentarsi. Sono scomparsi gli oratori (con l’accento grave sulla seconda “o”), le vere fucine di calciatori, oltre che di uomini sani.

Gli oratori erano le vere scuole calcio, ma di grande valenza umana e sociologica, fatte con qualche spicciolo che il sacerdote di turno riusciva a rimediare per comprare un pallone o acquistare il legno per costruire le porte nel cortile della sacrestia, che diventava il campo di calcio, favolosamente attraente agli occhi dei bambini.

Si dice che il calcio italiano sia figlio della tradizione oratoriale, dove ogni campione del calcio di una volta abbia mosso i primi passi. Magari inconsapevolmente, magari insieme a tanti altri bambini meno dotati e meno fortunati, quelli che tornavano a casa felici soltanto per aver corso appresso ad un pallone.

Anche la Tuscia è stata così. Tanti decenni in cui il “centro del mondo”, per tanti ragazzi, era quello spazio accanto alla chiesa, dove trascorrere ore e ore ogni giorno dietro a quella sfera, comunque essa fosse.

A Viterbo, nel popolare quartiere del Duomo, ad esempio, a metà degli anni sessanta, il parroco era Don Pietro Innocenti, non più giovanissimo e neanche minimamente accostabile ad un  atleta o ad un uomo di sport. Sembrava burbero, per certi versi, ma capì l’importanza di fare divertire tanti ragazzini con il pallone, gli stessi che trascorrevano tante ore sulla piazza San Lorenzo, che facevano a gara a chi correva più forte verso la scalinata del palazzo papale, quando usciva il vescovo Adelchi Albanesi, il quale, ai primi accostatisi, regalava una caramella.

Un giorno arrivò nella parrocchia di Don Pietro un sacerdote che era reduce dall’esperienza missionaria in sud America, uno che sapeva sacrificarsi lavorando e sudando sotto il sole per ore. Fu lui – Padre Antonio – che iniziò a “inventarsi” il campetto all’ombra del campanile della cattedrale viterbese. Inchiodò dei travetti di legno, fece delle profonde buche per terra e ce li infilò dentro: le porte erano fatte!

Poi rimaneva da togliere tutte le erbacce addosso ai muri e rendere un pochino più ampio lo spazio per chi giocava, che spesso lasciava anche qualche piccolo lembo di pelle, andando a strusciare sulle pietre medievali con braccia e gambe.

Qualche lacrima per il dolore e via, di nuovo in campo, finché non faceva buio, finché non si erano anche cancellate le righe fatte con la calce, quella della metà campo e di una area di rigore davvero minuscola.

DAL LIBRO TUTTI IN CAMPO!

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