AMARCORD. LE SFIDE DI UNA VOLTA

Sfide contro formazioni di tutta Italia, molte delle quali arrivate, poi, in cima al sistema calcistico nazionale. Spesso la Viterbese riusciva a tener loro testa, facendo scorrere davanti agli occhi degli innamorati della Palazzina centinaia e centinaia di giocatori che riuscirono a portare in alto il nome della città dei Papi.

Eppoi – a partita finita – la gioia di andare immediatamente al Corso, a fare le “vasche”, a sfoggiare la “mezza riga”, il taglio di capelli che andava per la maggiore, o i pantaloni a “zampa di elefante”, che non erano affatto belli a vedersi, ma che non potevano mancare nel guardaroba di un giovane di inizi anni settanta.

E chiaramente neanche in diversi calciatori, con i baffi o senza. Ne ho conosciuti tanti di quei giocatori. Atleti veri o talentuosi. Conosciuti davvero, nel vero senso della parola, non come accade oggigiorno, che finisce una stagione e non hai scambiato neanche un parola con la maggior parte di essi.

Alcuni li guardavi pure con una certa timidezza, essendo tu un giovane che si avvicinava all’attività giornalistica e qualcuno dei più famosi, magari già un trentenne, che ti sembrava enormemente più grande di te.

Alcuni di essi ho avuto modo di rivederli nel corso degli anni, soprattutto quando – a causa delle “legge del tempo che passa” – ormai erano degli ex che somigliavano poco ai prototipi di atleti cha avevano calcato con successo i campi di mezza Italia, oltre che quello viterbese.

La gentilezza e la gioia di ritrovarsi, di riparlare degli anni che furono, però, non ha mai fatto difetto a questi gentiluomini. Anche questo è stato il vanto di aver fatto del giornalismo in quegli anni, perché ha rappresentato un canale di vita parallela, che ha arricchito spirito e  cultura.

Nostalgia Canaglia! Quella che ti prende è non ti lascia più. Quando ricordi le cose più belle. Ezio Sella, che esplose in modo dirompente, tirando fuori una bravura, che non tutti avevano intravisto, precedentemente.

I suoi gol arrivarono puntuali: si mise talmente in evidenza da riuscire a fare il grande salto in serie A, finendo alla Fiorentina.

Ci aveva messo del tempo per entrare nelle grazie di Persenda e convincerlo di dargli in mano le chiavi dell’attacco. Forse arrivò a Viterbo con un pizzico di presunzione di troppo, magari perché proveniente dalle giovanili della Roma. O forse non si allenava inizialmente con l’impegno che chiedeva a tutti il tecnico di Tortona, il quale faceva sempre scendere in campo gli undici che riteneva più “tosti” in quel momento.

Era l’Italia che cantava “Tornerò” dei Santo California, quella del magico Torino che vinse il campionato con un punto di vantaggio sulla Juventus.

Era il calcio sano, quello in cui i giocatori non avevano bisogno dei procuratori: sapevano contrattare i propri cartellini e la loro carriera, anche sbattendo i pugni sul tavolo, se necessario. Era il calcio in cui – a livello medio – non si guadagnava molto: in quella Viterbese, ad esempio, lo stipendio era attorno alle seicento mila lire mensili. C’era anche qualche giovane, come Caporossi, che guadagnava centocinquantamila lire, ma era ugualmente felice come una Pasqua, di trovarsi lì.

Molti altri giovani viterbesi riuscirono a esordire in prima squadra, negli anni successivi, dalla retrocessione in serie D del ’77 in poi. A cominciare da quelli della squadra allestita subito, nel tentativo di risalire, e affidata ad Alberici, tecnico stimato dalla gran parte dei giocatori, ma che non fu del tutto fortunato nell’esperienza in gialloblu: non terminò la stagione e lasciò il posto a Oscar Lini.

    

error: Content is protected !!