ALFONSO TALOTTA, SUA LA PREFAZIONE DELLE GRANDI OCCASIONI…

Calcio e arte: queste due mie passioni si sono, spesso, incontrate e, inevitabilmente, i ricordi mi portano indietro di molti anni, in particolar modo, come dirò più avanti, nel biennio 1974/76, quando giocavo nella Viterbese. Ma andiamo per ordine, partendo dalla metà degli anni sessanta quando iniziai, prestissimo, a giocare nel Pianoscarano.

In quel periodo io, da sempre, tifoso dell’Inter, avevo come miti tutti i calciatori di quella fantastica squadra che, allenata da Helenio Herrera, con la presidenza di Angelo Moratti, dominava in Italia, in Europa e nel mondo: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Ma, parallelamente a questi grandi campioni, avevo anche a Pianoscarano un mio mito, Franco Sabatini, calciatore di grandi mezzi agonistici e tecnici, che veniva dalla Viterbese e che – se non avesse avuto un grave incidente, che per poco non gli costò la vita – avrebbe senz’altro potuto raggiungere importanti traguardi, nel calcio di categoria superiore. Era stato richiesto dal Milan, Franco, che ha dieci anni più di me ed io, in quei secondi anni sessanta, ero molto contento di essere suo amico e – soprattutto – mi faceva molto piacere sapere di essere apprezzato da lui come giovanissimo calciatore del N.A.G.C.

Ascoltavo i suoi consigli e – quando giocavo – ci tenevo a fare bella figura anche per lui. Quando la domenica il Pianoscarano giocava in casa, ero sempre presente alla partita, per poter applaudire e vedere le gesta del mio idolo tanto che, una volta, siccome parlavo di lui a casa, anche mio padre e mio fratello vennero a vederlo giocare. Li avevo talmente ossessionati con i miei discorsi su di lui, che non poterono farne a meno! Qualche anno dopo, nel 1973, si avverò anche il sogno di giocare insieme, nella prima squadra del Pianoscarano, in Prima categoria. Avevo sedici anni e l’allenatore Franco Rempicci mi fece esordire in quell’ostico campionato. In quella squadra c’era un’altra figura mitica, Franco Cencioni, indimenticabile – e indimenticato – capitano, oggi, purtroppo, non più con noi,  ma, avendo lasciato bellissimi ricordi come calciatore e, soprattutto, come persona, è come se fosse ancora qui.

Ho avuto modo di vedere sul campo quanto Franco fosse veramente un leader, un protagonista assoluto, un vero capitano! Eppoi non posso non ricordare un altro calciatore, anche lui prematuramente scomparso, Giorgio Zangari, forte stopper, come si diceva allora, nel caso di chi marcava il centravanti avversario. Difensore roccioso, marcatore stretto, a uomo, un vero mastino, difficile da superare.

Giorgio divenne anche mio cugino acquisito visto che sposò, nel 1972, mia cugina Carla, figlia di Rachele, sorella di mio padre, morta a soli 39 anni.

Arriviamo all’estate del 1974, quando passo alla Viterbese, allenato dal Oscar Lini, che già conoscevo e ammiravo. Tra me e lui si instaurò subito un bel rapporto e mi fece piacere regalargli, per il Natale di quello stesso anno, una mia opera artistica. Lui fu molto contento di questo mio regalo, che conservò con piacere per tanti anni, prima di farlo avere a suo figlio Riccardo, anche lui calciatore e mio amico.

Riccardo, tanti anni dopo, mi fece sapere che suo padre era al corrente del fatto che mi stavo affermando come artista e gliene parlava con orgoglio, così come gli ricordava delle mie doti tecniche di calciatore. Grande Oscar, sempre nel mio cuore, specialmente ora che non c’è più.

E adesso parlo dei miei primi collezionisti, due figure mitiche della Viterbese, il capitano per antonomasia, Roberto Vuerich (anche tra i protagonisti di questo libro) e Paolo Testorio, ossia il giocatore rimasto in questa società sportiva da quando aveva diciotto anni sino alla fine della carriera.

Il giovedì li incontravo sul campo, nella classica partitella di allenamento.  Spesso ci ritrovavamo faccia a faccia, noi più giovani e loro della prima squadra: essendo stato io un attaccante, e loro difensori. Un giovedì del 1975, dopo la solita partita, Paolo e Roberto vennero da me, in quello che è stato il mio primo studio, lo scantinato della casa dove abitavo in quel periodo, nel quartiere Pilastro, in via Alessandro Volta, vicino allo stadio.

I due rimasero colpiti nel vedere delle opere insolite per un giovane artista – avevo diciotto anni – e, dopo aver visionato diversi lavori, Vuerich ne prese quattro e Testorio due. Ricordo che Roberto avrebbe voluto tanto prendere una “Crocifissione”, ma il quadro era così grande da non entrare in macchina e ancora oggi si rammarica di non aver potuto assicurarsi quel lavoro.

Comunque io rimasi molto contento di questi loro acquisti, perché mi ritrovai – credo di ricordare – con centottanta mila lire in tasca, che, per un ragazzo di quell’epoca, era una bella somma.

Un discorso diverso merita la mia “storia” con Franco Fabri, che praticamente ho conosciuto quaranta anni dopo, in occasione dell’incontro-festa per ricordare la storica promozione in serie C della Viterbese del 1976.

Quando Franco venne a giocare nella Viterbese io stavo per subire l’infortunio al ginocchio che, di fatto, mise fine alla mia carriera di calciatore. Non ebbi modo, quindi, di stringere un rapporto di amicizia con lui, anche se lo ricordo come forte difensore e seria persona, che studiava per laurearsi in Architettura. Mi misi in contatto con lui quando seppi che suo padre, il bravo artista Otello Fabri, in occasione della vittoria del campionato di serie D, regalò a tutti i giocatori della Viterbese una propria opera grafica, con i colori della società, giallo e blu.

Volli fare la stessa cosa io, quaranta anni dopo, regalando a questi protagonisti una mia opera fatta stampare, numerata e poi da me firmata. Quindi, nel 2016, ebbi modo di conoscere personalmente Franco Fabri e da lì nacque subito una bella amicizia, anche con la moglie, Monica Di Lecce, brava giornalista, che segue molto la mia storia artistica, pubblicando servizi sulle mie mostre. Ecco, questo è un po’ il racconto di un mio pezzo di storia, che porto e porterò sempre nel cuore perché, oltre a parlare del meraviglioso periodo della giovinezza, mi ha dato molte soddisfazioni con i miei successi sportivi e con le mie prime soddisfazioni artistiche e mi ha permesso di conoscere tante persone, molte delle quali, ancora oggi, fanno parte di quel bellissimo universo che si chiama “Amicizia”.

Per concludere, ringrazio l’autore, che ha voluto che io occupassi questo spazio di solito riservato a suoi colleghi, a grandi firme del giornalismo. Ne ha avuti ogni anno di illustri, ma ha voluto fare – quest’anno – una cosa diversa, facendomi passare da una parte all’altra, con mia grande soddisfazione.

Alfonso Talotta – Artista e Sportivo

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