AMARCORD. I GIOVANI GIALLOBLU DEL ’77

La discesa repentina dalla categoria, così brillantemente guadagnata un anno prima, non fu presa bene. Da nessuno. Si ebbe la netta sensazione che qualcuno – nel Palazzo – avesse voluto favorire le squadre Toscane e che la Viterbese fosse stata una delle vittime sacrificali.

Non servì a nulla neanche il tre a zero sul Pisa alla Palazzina nell’ultima giornata del campionato. Si verificarono dei risultati concomitanti abbastanza difficili da pronosticare e la Viterbese retrocesse, nonostante possedesse una formazione abbastanza attrezzata.

Qualcuno è convinto, però, che se fosse rimasto qualche elemento in più della squadra dell’anno precedente, probabilmente sarebbe stato meglio. Vuerich a libero, ad esempio, oppure Scicolone in attacco e Scapecchi, o Poggi, a centrocampo.

Una speranza in più – ai fini della possibile salvezza – la dette, da un certo punto della stagione in poi, Ezio Sella, che esplose in modo dirompente, tirando fuori una bravura, che non tutti avevano intravisto, precedentemente.

I suoi gol arrivarono puntuali: si mise talmente in evidenza da riuscire a fare il grande salto in serie A, finendo alla Fiorentina.

Ci aveva messo del tempo per entrare nelle grazie di Persenda e convincerlo di dargli in mano le chiavi dell’attacco. Forse arrivò a Viterbo con un pizzico di presunzione di troppo, magari perché proveniente dalle giovanili della Roma. O forse non si allenava inizialmente con l’impegno che chiedeva a tutti il tecnico di Tortona, il quale faceva sempre scendere in campo gli undici che riteneva più “tosti” in quel momento.

Era l’Italia che cantava “Tornerò” dei Santo California, quella del magico Torino che vinse il campionato con un punto di vantaggio sulla Juventus.

Era il calcio sano, quello in cui i giocatori non avevano bisogno dei procuratori: sapevano contrattare i propri cartellini e la loro carriera, anche sbattendo i pugni sul tavolo, se necessario. Era il calcio in cui – a livello medio – non si guadagnava molto: in quella Viterbese, ad esempio, lo stipendio era attorno alle seicento mila lire mensili. C’era anche qualche giovane, come Caporossi, che guadagnava centocinquantamila lire, ma era ugualmente felice come una Pasqua, di trovarsi lì.

Molti altri giovani viterbesi riuscitono a esordire in prima squadra, negli anni successivi, dalla retrocessione in serie D del ’77 in poi. A cominciare da quelli della squadra allestita subito, nel tentativo di risalire, e affidata ad Alberici, tecnico stimato dalla gran parte dei giocatori, ma che non fu del tutto fortunato nell’esperienza in gialloblu: non terminò la stagione e lasciò il posto a Oscar Lini.

“Fu proprio Lini – dice Mario Dini, uno di quei ragazzi che riuscirono ad avere la gratificazione della maglia gialloblu – a comunicarmi, sul pullman, che avrei giocato da titolare, quel giorno a Calangianus. Una giornata indimenticabile, quanto terribile, con pubblico ostile e pioggia a dirotto per tutta la partita. Per me – però – fu ugualmente tutto fantastico, soprattutto la vittoria, ottenuta con una “bomba” di Tarantelli su punizione.

Alberici mi dette quella e altre chances, sei partite da giocare, che, per un diciottenne come me, rappresentarono una esperienza bellissima. C’erano anche compagni di squadra eccezionali. Ricordo il compianto Manlio Morera e la sua vecchia auto A112: era talmente malridotta, che una volta rischiammo di non arrivare in tempo a Roma per imbarcarci per una trasferta in Sardegna. Eppoi Palmieri che – oltre ad essere un libero eccezionale – era di una simpatia unica: sapeva imitare tutti, in particolar modo qualche giornalista della RAI e lo stesso allenatore Alberici.

L’anno successivo arrivò Franzon. Mi dette tanti consigli, dimostrando di apprezzare molto le mie capacità: certo che, però, in un centrocampo con Boi (il mio mito: guai a chi me lo tocca!), Sala, Cuccuini e Perazza non era facile trovare spazio.

Giocai qualche spezzone del precampionato, anche l’amichevole con la Fiorentina, quanto Didoni prese il gol da Antognoni, ma in campionato rimasi a guardare.

L’anno successivo Franzon volle mandarmi al Montefiascone a farmi le ossa, per riavermi la stagione successiva con lui, con una maggiore esperienza acquisita. Ma le cose spesso vanno diversamente da come le si immaginano. Dopo la stagione a Montefiascone avevo perso la voglia di lottare per conquistare una maglia, di soffrire a star fuori: scelsi di tornare nella mia Vetralla e passarci tanti anni.”

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