QUANDO AL “DUOMO” NACQUE IL CALCIO…

A Viterbo, nel popolare quartiere del Duomo, a metà degli anni sessanta, il parroco era Don Pietro Innocenti, non più giovanissimo e neanche minimamente accostabile ad un  atleta o ad un uomo di sport. Sembrava burbero, per certi versi, ma capì l’importanza di fare divertire tanti ragazzini con il pallone, gli stessi che trascorrevano tante ore sulla piazza San Lorenzo, che facevano a gara a chi correva più forte verso la scalinata del palazzo papale, quando usciva il vescovo Adelchi Albanesi, il quale, ai primi accostatisi, regalava una caramella.

Un giorno arrivò nella parrocchia di Don Pietro un sacerdote che era reduce dall’esperienza missionaria in sud America, uno che sapeva sacrificarsi lavorando e sudando sotto il sole per ore. Fu lui – Padre Antonio – che iniziò a “inventarsi” il campetto all’ombra del campanile della cattedrale viterbese. Inchiodò dei travetti di legno, fece delle profonde buche per terra e ce li infilò dentro: le porte erano fatte!

Poi rimaneva da togliere tutte le erbacce addosso ai muri e rendere un pochino più ampio lo spazio per chi giocava, che spesso lasciava anche qualche piccolo lembo di pelle, andando a strusciare sulle pietre medievali con braccia e gambe.

Qualche lacrima per il dolore e via, di nuovo in campo, finché non faceva buio, finché non si erano anche cancellate le righe fatte con la calce, quella della metà campo e di una area di rigore davvero minuscola.

Insieme a quei pali, Padre Antonio piantò – come fecero centinaia di parrocchie in Italia –  la voglia di crescere insieme, giocando. Tornei in alternanza con le messe da “servire”, in cui il pallone non scioperava mai. Semmai, qualche volta, si bucava ed era la disperazione generale per quell’eterna passione dei ragazzi e di qualche tonaca “illuminata”.

Erano gli anni in cui i ragazzi – almeno in certe zone – quasi mai travalicavano i confini del quartiere. Dal Duomo, al limite, si poteva arrivare a Pianoscarano, ma mai, ad esempio, nella nascente zona dei Cappuccini, dove “fiorì” subito un altro oratorio – più organizzato – quello della Verità e di Don Elio Forti, con i ragazzi di lì che già sfoggiavano qualche completino più decente. Non si sa come accadde, ma i ragazzi che giocavano a pallone all’ombra della cattedrale vennero invitati a disputare un torneo proprio all’Oratorio della Verità. In fretta e furia si trovò il nome per l’iscrizione – InterDuomo – e dal cilindro – un po’ sgangherato, più che magico – uscì una muta di maglie con più di uno strappo evidente.

Ma c’era un però: le maglie erano bianconere e quindi qualche mamma di buona volontà si mise subito all’opera per tingerle, affinché il bianco diventasse azzurro. Per i pantaloncini e le scarpette, invece, ognuno si attrezzava come poteva. Un paio di giocatori, non riuscendo a fare di meglio, arrivarono anche a scendere in campo con i calzoni lunghi, quelli indossati tutti i giorni, arrotolati fino al ginocchio.

La prima “trasferta” a Via Oslavia avvenne a bordo di una Fiat “Giardinetta” – stracolma – di Virgilio Ricci, tra i pochissimi a possedere un’automobile. Ricci si improvvisò dirigente e partì alla volta del quartiere “nobile”, mentre qualcuno rimasto a piedi lo accompagnò Don Giuseppe Giulianelli, che cominciava ad affiancare Don Pietro nell’attività pastorale.

L’Armata Brancaleone, a confronto, quasi scompariva, ma da quel gruppo decisamente non bellissimo a vedersi uscì fuori tanta grinta ed un tiro di punta da metà campo che superò i favoritissimi giocatori della locale squadra dei Cappucini, i quali masticarono amaro e chiesero, anche spalleggiati da qualche papà, a tutti i costi una rivincita.

In quell’InterDuomo c’era pure gente in gamba, anche se poi finire in una squadra vera di calcio era difficilissimo. Baldini, Facchinetti, Bonifazi, Panza, Coccia, Morbidelli, Carinci, Baggiani, Carinella, Tufano, Taffuri e tanti altri continuarono a divertirsi così, finché tutto venne fagocitato dall’evolversi delle cose, dalla mostruosa metamorfosi del modello sociale e giovanile. Tutto finì, ma quel verso di una canzone di Massimo Ranieri “mangiavo in fretta eppoi correvo via: quanta emozione, un calcio ad un pallone…” fu per molti il tema portante di una infanzia serena.

Il calcio cambiò pelle. Cambiò toni, metodi e modelli. Quei ragazzi diventarono padri ed alcuni di loro, adesso, sono anche nonni, che guardano con curiosità ai nipotini da accompagnare a giocare alla Scuola calcio.  

error: Content is protected !!