LE GRANDI OCCASIONI. LA PRIMA PARTITA VISTA IN TV, SUL “RIVOLUZIONARIO” BIANCO E NERO

LE ANTICIPAZIONI DEL NUOVO LIBRO…

La prima partita vista su quello schermo con immagini in bianco e nero, con il tubo catodico, fu esattamente il giorno dopo dell’acquisto. Un gran bel modo di cominciare, visto che si trattava della partita della nazionale italiana contro l’Unione Sovietica. Sembrava tutto meraviglioso, anche se le immagini – a rivederle oggi – erano davvero bruttine, irradiate da quell’apparecchio posto su un carrello metallico a due piani.

Nel ripiano – in vero – inferiore era ben visibile il famoso “stabilizzatore”, una sorta di micidiale “valigetta” (per via del manico che serviva per trasportarla) dal peso esagerato. Era collegata alla presa di corrente da un lato, mentre dall’altro partiva un filo che andava a collegarsi direttamente all’apparecchio. Si premeva su un piccolo interruttore e partiva la tv, pian piano, prima con un puntino bianco al centro dello schermo, poi con l’immagine che cominciava a comparire, quando le valvole avevano iniziato a funzionare, una per una.

E tutti attorno i componenti della famiglia, ma spesso anche amici e parenti, soprattutto quelli che ancora non possedevano un apparecchio televisivo.

Tornando a quella prima partita “divorata” con gli occhi, quella della nazionale che giocò il primo novembre del ’66, che suscitava una enorme curiosità nel ragazzino, che avrebbe avuto tante domande da fare.

A cominciare da quella scritta URSS sulle maglie degli avversari, il cui significato fu scoperto solo qualche anno più tardi, quando familiarizzò maggiormente con questo “gioco” e  con i nomi dei giocatori.

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bianchi, Guarneri, Picchi, Domenghini, Mazzola, De Paoli, Juliano, Corso: questa la formazione azzurra, che soltanto in seguito rese l’idea di essere una Inter trapiantata in azzurro, vista la presenza massiccia, ben otto undicesimi, oltre all’allenatore, Helenio Herrea, che condivideva il compito con Ferruccio Valcareggi, allora un quarantasettenne di belle speranze.

Dalla parte opposta nomi abbastanza impronunciabili. Uno, però, si enunciava abbastanza bene, Jascin, un grandissimo, l’unico portiere ad aver vinto il Pallone d’oro.

A proposito di nomi non facilissimi da pronunciare, anche quello dell’arbitro non filava via del tutto liscio, Gardeazabal, direttore di gara spagnolo. Non arbitrò neanche benissimo, ma l’Italia riuscì a vincere lo stesso, con il gol di un difensore, con una azione che – fatte tutte le debite proporzioni – rassomiglia a quella con cui la Viterbese ha vinto la Coppa Italia. Mazzola andò via sulla sinistra e mise in mezzo un pallone su cui si avventò Guarneri, lo stopper, e mise dentro con tutta la forza che aveva nelle gambe. Erano trascorsi solo ventidue minuti del primo tempo, ma allora, soprattutto nel calcio nostrano, bastava, perché ci si metteva in difesa e non passava più nessuno. Le partite viste cominciarono ad aumentare di numero, anche quelle del campionato, anche qualche anno più tardi, anche quando qualche televisore cominciava ad essere a “circuito stampato” anziché a valvole e la qualità delle immagini diventava un pochino migliore. La trasmissione in diretta era riservata soltanto alla nazionale italiana, mentre per il campionato c’era un tempo di una partita registrata, mandata in onda la domenica sera, attorno alle ore diciannove.

Di solito era il secondo tempo, ma in caso di una partita particolarmente caratterizzata dalla prima frazione, allora, il tutto terminava con il telecronista che diceva: “nel secondo tempo non è stato segnato alcun gol, per cui la partita terminerà con il punteggio di due a uno. Signori e signore, buona serata!”

Sembrava già passato un secolo, solo quattro anni più tardi, quando, di fronte allo stesso televisore, si fece notte per assistere al “partido del siglo”, lo storico Italia-Alemania – come compariva sullo schermo –  “en el Mundial de México 1970”.

error: Content is protected !!