“LE GRANDI OCCASIONI”. IL CALCIO DI INIZIO ANNI ’70

LE OCCASIONI DEGLI ANNI ‘70

Il calcio di Vuerich, Ciccozzi e Restani…

L’avventura di Vuerich nella Lazio, che due anni dopo vinse lo scudetto, sarebbe potuta continuare. Anzi, sembrava quasi certo lo sviluppo di un inizio carriera in bianco e celeste. Gli avevano pure fatto la foto per inserirlo tra le figurine Panini, nel famoso album, di cui parlo spesso nei miei libri.

“Pappagone” – nomignolo che poi gli rimase – rivide Antonini molti anni dopo, in una partita di Promozione, a Torrimpietra, ma non riconobbe in quell’attempato calciatore in campo  proprio il ragazzo che gli aveva fatto gol.

Della stima nei confronti di Rambone – incidente di percorso a parte – si fece “portatore sano”, continuando ad essere il “totem” della difesa della Viterbese, che andò a salvarsi – contro pronostico – in un campionato difficilissimo come quello del girone sud della terza serie di quell’anno. Il tecnico campano rimane ancora oggi nella mente e nei discorsi dell’ex difensore, il ragazzone di Torrimpietra, per la sua competenza, la bravura nel preparare la squadra, la conoscenza dettagliata di tutti gli avversari.

In Vuerich rimane ancora vivo il ricordo di “papà Lenzini”, i suoi pronostici, le sue epiche partite a carte, i giri di campo propiziatori prima di una partita importante. Eppoi le sue frasi indimenticabili durante le interviste di “Umbertone”, l’uomo di cui si parla ancora oggi, perché in grado portare uno scudetto alla Lazio, qualcosa che appariva addirittura impossibile da immaginare, negli anni settanta!

I suoi genitori emigrarono dall’Abetone a Colorado Springs: lui nacque nel 1912 a Walsenburg, ma tornò di nuovo in Italia per completare gli studi di ragioneria presso l’istituto Duca degli Abruzzi, vicino piazza Indipendenza, alla attuale sede de “Il Corriere dello Sport”.

I soldi che arrivano – e la passione rimasta intatta per lo sport -fanno sì che Lenzini approdi alla Lazio, peraltro in uno dei tanti momenti difficili della storia biancoceleste. Il “Sor Umberto” la fa diventare società per azioni e lui  ne sottoscrive molte, per un totale di cinque milioni di lire, gesto “romantico” di uno degli ultimi presidenti “romantici”.

Mette la firma sull’assegno che copre un tandem di acquisti mai più verificatosi nella storia del calcio. Prende due giocatori dall’Internapoli e li fa diventare veri e propri miti, scudettati, nazionali, pietre miliari. Wilson e Chinaglia come sigillo di una traccia presidenziale rimasta indelebile. Così come la scelta di Maestrelli allenatore, ritenuto – se non fosse stato strappato dalla malattia – come uno dei più grandi in Europa, negli anni a venire.

Bei tempi per tutti. Anche quelli in cui andare allo stadio e tifare la propria squadra del quartiere era un vero orgoglio per ogni cittadino. A Napoli più che mai, con Piazza Quattro Giornate che si animava in modo incredibile di gente che sosteneva quei ragazzi in campo, i quali, fuori dal rettangolo di gioco, si fermavano volentieri a scambiare quattro chiacchiere, in qualsiasi momento della giornata.

Fu l’anno successivo, che incrociò la Viterbese con queste due partite, con la vittoria alla Palazzina grazie alle reti di Pescosolido e Menegon.

InterNapoli-Viterbese 1-0

Viterbese: Restani Ciccozzi Lorenzon Marini Vuerich Bertoldo Pescosolido Fragasso Staccioli Rigantè Menegon

Viterbese-InterNapoli 2-0

Viterbese: Restani Ciccozzi Lorenzon Vuerich Testorio Piacentini Pescosolido Bertoldo Fragasso Di Giovanni (Toscano) Menegon

Reti: Pescosolido e Menegon

Insieme a Vuerich ci sono stati altri Gialloblu che hanno scritto pagine importanti. Uno di questo è Renzo Restani, altro grande “mito” degli anni settanta, un portiere che ha fatto la storia, prima ottenendo la promozione, per la prima volta, alla vera serie C, la famosa terza serie, che era di un livello eccezionale. Sono in molti a credere che quei campionati fossero addirittura superiori alla serie B dei nostri tempi.

Gira che ti rigira, a queste “latitudini”, si finisce sempre per parlare di Gennaro Rambone. Quando va a sedersi sulla panchina della Viterbese, però, gran parte di queste cose fanno parte esclusivamente del passato e quasi non gli appartengono più. Ora è “Don Gennarino”,  quello che ha chiuso la carriera da giocatore a Matera e ci ha subito cominciato a fare l’allenatore, con due mezze stagioni, la prima non iniziata e la seconda non terminata.

Fosse rimasto nella quiete di Viterbo per molto più tempo, forse, avrebbe anche smussato qualche angolo, avrebbe imparato a gestire meglio quel vulcano che aveva dentro. Magari avrebbe fatto le fortune gialloblu, oppure no. Magari non avrebbe sentito il bisogno di arrivare fino a Marsiglia e allenare la squadra di Bernard Tapie.

Viterbo rimane il suo capolavoro: avrebbe meritato un bis, ma Rambone aveva troppe idee e ambizioni da misurare nel mondo del calcio, alla ricerca di atre piazze e di altri guadagni, pur avendo sempre rispettato e onorato quella esperienza nella città dei Papi.

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