AMARCORD. LA VECCHIA, CARA, PALAZZINA…

La vecchia, cara, Palazzina: c’è stata anche la sua demolizione nei decenni moderni, quelle tribune da cui sportivi ed addetti ai lavori avevano applaudito fior di giocatori, il bomber di sempre, Omar Martinetti, il più esplosivo in una stagione, Enrico Polani, quelli volati, poi, verso la serie A, come Fabio Liverani e Davide Baiocco su tutti.

Decenni di calcio, decenni di giornalismo, quello della libertà e dell’autonomia, merce sempre più rara, oltre che preziosa. Quando hai la fortuna di trovarle senza fatica, mantenendole a “colpi” di serenità, anziché di “incazzature”, allora vuol dire che devi essere intelligente a tenertele strette.

Spesso ci siamo chiesti: per chi scriviamo? Per chi legge, è logico, ma guai se prima non lo facessimo per noi stessi, non nascerebbe mai la giusta empatia da trasmettere a chi sta dall’altra parte. Di sicuro scriviamo per un “nostro” pubblico, quello più vicino alle nostre ideologie, ai nostri valori, al modo di mettere nero su bianco gli eventi e le storie sportive.

Sempre con maggiore difficoltà, è bene dirlo, per via dell’imbarbarimento della comunicazione, che ora mischia con terribile naturalezza un po’ di tutto, quelli che una volta erano articoli e articolisti di pregio, facendo passare tutto per i social network, sostituendo a piè pari il filtro, il controllo. Molto spesso il decoro.

Le testate  giornalistiche hanno ricevuto la stretta quasi mortale di tutto ciò che c’è su internet, spesso costrette a rivedere un certo tipo di impostazione, rischiando di chiudere, laddove hanno cercato ancora la “vittoria culturale”, quella di sempre, quella che ha ruoli chiari e precisi, dove c’è chi scrive e c’è chi legge. Non un “polpettone” in cui tutti credono di essere comunicatori, anche quando non conoscono i minimi principi che la comunicazione comporterebbe, magari senza neanche conoscere bene neanche la lingua italiana.

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