“SEMBRA IERI” (1. parte)

Sembra ieri, quando si viveva l’emozione di scrivere i primi articoli. Sembra ieri anche quando si giocava spensierati nel campetto sotto casa, quando chi portava il pallone si sceglieva i compagni. Quando non si andava via fino all’ultimo raggio di sole, ma alla “chiamata” in “viva voce” delle madri affacciate alla finestra delle abitazioni più vicine.

Sembra ieri, quando ti sbrigavi a scrivere l’articolo con la mitica “lettera 32” e attraversavi in fretta la città in sella al motorino per andare a lasciare il “meraviglioso” cartaceo nella cassetta della posta (non nella casella di posta elettronica!) della redazione del giornale. Il pomeriggio, verso le ore quattordici, arrivava il “Professore”, apriva lentamente la cassetta, con cura -quasi come in un rituale religioso – e tirava fuori tutte le buste contenute all’interno.

Sembra ieri, quando tiravi il pallone troppo alto e rompevi la finestra della casa accanto, scappando via, a casa, per poi scoprire che tua madre sapeva già tutto. Quel campetto non c’è più, molti di quei compagni li hai persi di vista – qualcuno non c’è più – ma quei momenti, quelle sensazioni, quei ricordi, sono ancora presenti dentro di noi.

E già, perché sembra ieri. Il professore, che, sedutosi alla sua scrivania, apriva accuratamente tutte le buste con il tagliacarte e cominciava a selezionare quello che poteva interessare. Il “copia e incolla” di oggi era molto più laborioso, più creativo. Si ritagliava la porzione di foglio del comunicato stampa (o similare, visto che questa dicitura era ancora molto poco diffusa) e la si incollava su una velina in cui veniva scritta l’introduzione, laddove quella missiva diventava un articolo. Quando lasciavi il foglio di carta con l’articolo nella cassetta della posta, il lavoro era già concluso: se ne sarebbe riparlato il giorno dopo, quando controllavi con grande piacere – e sempre un pizzico di ansia – il giornale, per vedere dove – e come – era stato collocato il tuo pezzo.

Quando, ogni tanto, il Professore ti chiamava per fare un salto in redazione, tu ti precipitavi, spesso anticipando il suo arrivo,  seduto sulle scale del palazzo. Era meraviglioso essere lì, vedere i giornalisti già maturi che lavoravano, sbirciare qua e là, curiosare “avidamente”, anche se la contropartita era sorbirsi sempre il “pistolotto pedagogico”, che sarebbe dovuto essere illuminante per poter davvero diventare un giornalista, anzichè un “aspirante”, come era scritto sul tesserino che ti veniva rilasciato.

(continua…)

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