I “COLORED” IN GIALLOBLU… 

Sanè, Mbaye, Bismark (nella foto), Besea, MBaye, Tchangai, Diop, Jallow, Tounkara, De Sousa, Manfredini, De Sousa, Kone, Agodirin. Volendo escludere Liverani, che ha un colore della pelle soltanto olivastro e che con la “zeppola” di quando parla, di tutto dà l’impressione fuorchè quella di essere un nero del “profondo sud”, sono questi i giocatori di colore che hanno indossato la maglia gialloblu. Non sono tanti e la loro presenza ha preso corpo solo a metà degli anni novanta, con l’arrivo di Manfredini. Il vero nero, quello africano, che si faceva capire a stento quando parlava, però, è stato Tchangai, all’inizio del terzo millennio, per cui la storia dei Gialloblu di colori del vecchio secolo è davvero esigua. Poi le cose sono cambiate, a Viterbo e in Italia, dove l’ondata dei calciatori di colore è stata assai più corposa, anche se nella città dei Papi, come si può vedere, non è stata mai così rilevante. Non ci sono stati, per la verità, giocatori che abbiano fatto cose davvero importanti da lasciare il segno e solo l’avvio del campionato ormai alle spalle di Tounkara avevano fatto pensare alla possibilità di annoverare il primo grande bomber di colore gialloblu. La “Pantera”, il “bombardiere nero”: più semplicemente Mamadou Tounkara, messo fuori rosa da Lotito nella Lazio, su cui la Viterbese ha accettato di scommettere. Di riuscire a gestire il carattere non facile del ragazzone africano, di stimolarlo e contenerlo, 

I suoi trascorsi in Spagna (dove sembrava addirittura più promettente di Keiya, al Barcellona), in Albania, Svizzera e Slovacchia, non sono riusciti a togliergli quale eccesso temperamentale che rischia talvolta, di pregiudicare le grande doti tecniche e quell’esplosività fisica sotto gli occhi di tutti. Il presidente Romano conosce bene Lotito; nell’estate scorsa ci parla e subito dopo Tare riferisce al giocatore di questa possibilità. Inizialmente l’attaccante non sembra molto convinto, poi Romano e Zavaglia lo vanno a trovare a Formello e lo convincono. A Viterbo mostra delle qualità eccellenti, una esplosività nei movimenti raramente reperibili in questa categoria. Se ci si fermasse qui, staremmo a parlare di un attaccante dal potenziale di trenta gol a stagione.  

De Sousa ha iniziato con le giovanili della Lazio, che ha deciso di farlo maturare subito altrove, prestandolo alla Lodigiani per tre anni. Decide poi di riportarlo a casa. Attaccante di scorta, ma esordio importante contro il Milan – all’Olimpico – e rete del due a zero contro il Messina. Viene addirittura portato in trionfo da Paolo Di Canio, sotto la curva biancoceleste. Ad appena diciannove anni, sembra aprirsi davanti a lui una luminosa carriera. Manca, però, un po’ di buona sorte, visto che una malattia lo mette fuori gioco, lo costringe anche a abbandonare l’attività agonistica. Non si dà per vinto e riparte dai dilettanti, dal calcio a cinque, dalla piccola San Marino.

E diventa uno specialista della categoria, quella della serie C e della serie D, come la Racing Roma, ad esempio, dove segna diciassette reti. La stagione a Viterbo non è ricchissima di gol, ma l’ormai esperto calciatore si fa apprezzare per il suo impegno e per la sua professionalità.

In gialloblu ha avuto poco spazio, ma ha colpito quel lungagnone di colore, silenzioso tra i pali, quasi fosse capitato lì per caso. Classe 1998, originario di Yeumbeul, nel Senegal. Demba muove i suoi primi passi tra gli amatori del suo paese. Convinto delle proprie qualità, ricco di autostima, arriva in Italia in vacanza, ma con l’idea di giocarsi le proprie carte nel calcio che conta. Partecipa al Torneo dei Rioni di Livorno, dove desta particolare interesse tanto da essere proposto a Empoli, Prato, Livorno e Tuttocuoio, senza però trovare conferma. Infine. Nel 2014 gli capita l’occasione della SPAL, ma – non essendo ancora maggiorenne – dovrà attendere un anno prima di essere tesserato. Con la Primavera ferrarese inizia a far ricredere chi in passato lo aveva scartato. Duecentodue centimetri, un fisico impressionante: sulle palle alte – e nella copertura dello specchio della porta – ha pochi rivali.  Generoso, professionale e dal grande spirito di sacrificio (anche in vacanza si allena due volte al giorno),  reduce da un intervento al menisco, sembra ben riuscito in una clinica di Treviso, e quindi pronto a inserirsi nel parco dei numeri uno a disposizione di Sottili e magari metterlo in difficoltà in allenamento per le qualità e la voglia di guadagnarsi una maglia. Talento, aspirazione e ambizione. È soprattutto questo, Bismark Ngissah. Quello che era una giovane certezza, nella Primavera del Chievo, e che per due stagioni è stato attaccante della Viterbese. Una esperienza senza lode e senza imgamia. Di sicuro Mario è risultato simpatico, visto che è stato uno dei pochi a ritagliarsi un gruppo di supporter tutto suo, che lo inneggiava quando entrava in vampo e quando usciva, oltre che in occasione dei gol segnati. Che non sono stati tanti. La fisicità non gli ha fatto difetto, neanche la grinta, ma probabilmente la sua giovane età gli ha precluso una parte dello spazio possibile. Eppure lui è stato sempre convinto del fatto suo, conscio di poter puntare l’uomo e “bruciare” il difensore, come piace dire all’attaccante ghanese. all’età di tre anni è andato a vivere da una zia in Inghilterra, poi il trasferimento a Verona e la trafila nel Chievo, di un calciatore che nasce mancino eppoi diventa destro. Nonostante la verde età, fa ciò panchina panchina da Maran contro Lazio, Empoli e Bologna. Diventa amico di Pellissier, Meggiorini e Cacciatore. Nella squadra Primavera è il leader, il trascinatore, sempre con il sorriso sulle labbra e tanta allegria da elargire. Il suo gol più importante a Viterbo rimane quello dei tempi supplem4ntri della gara di Coppa Italia contro la Ternana, che è valsa la qualificazione.

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