IL “BEL CALCIO”. LA GRANDE PREFAZIONE DI MASSIMO BOCCUCCI …

Prefazione

La storia insegna il futuro da scoprire

«Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti». L’ha detto un giorno Arrigo Sacchi, ed è una grande verità che racchiude il senso della passione nello straordinario coinvolgimento popolare. Diamine, siamo un popolo di poeti, santi, navigatori e calciofili che passa dal dare quattro calci a un pallone in un cortile a sentirsi pronto per la panchina della Nazionale. Di calcio si vive, perciò se ne parla, se ne discute e se ne scrive. Inesauribile fonte di storie e aneddoti, tra vita vissuta e immaginario collettivo, che possono avere una profondità perfino filosofica, come lo sfogo del gigantesco Pepìn Meazza: «Non c’è niente di più umiliante per un campione che vedersi parare il rigore da un portiere così pirla che non ha capito la finta». Ci sono state consegnate partite epiche, gesta memorabili e personaggi che hanno conquistato il cuore della gente.

Gli idoli del calcio non sono come i divi dello spettacolo, c’è molto di più. Ogni generazione ha i suoi e se li coccola nel ricordo. Immancabile misurarsi, nel tempo che passa, con le diverse stagioni che hanno espresso personalità profonde in un calcio agli antipodi, perché quello veloce di oggi ci appare meno tecnico e intrigante di quello del passato. Eleggere una squadra e un giocatore tra due secoli è impresa ardua, poiché diventa complicato collocare in una stessa graduatoria Pelé, Messi e Ronaldo. Abbiamo però la sensazione che qualcosa possa sconvolgere più di tutto, non tanto la tattica più sopraffina (ormai hanno inventato proprio tutto, non si può friggere il pesce con l’acqua) né un gesto tecnico, quanto invece l’invadenza della tecnologia e della televisione che stanno snaturando alimentando il calcio imbrigliato. Si sta togliendo l’umanizzazione, quel fattore che fa tollerare l’errore di un tecnico in panchina, di un giocatore in campo e di un arbitro.

Si pensa di spegnere le polemiche regimentando il benché minimo episodio che passa sotto la lente di una cabina esterna, di un monitor a bordo campo e di un processo televisivo non alla Biscardi ma con le sentenze di ex giocatori diventati censori del “sotuttoio”. «No al calcio moderno», compare sugli spalti di tanti stadi.

E’ un messaggio di ribellione, quasi un ’68 pallonaro di chi rifiuta la camicia di forza attorno a uno sport libero anche di sopportare gli errori. Sono anzi più facilmente sopportabili quelli dettati dal limite umano che dall’interpretazione col telecomando.

Questo sport coinvolge nel mondo tre miliardi e mezzo di appassionati, disposti spesso e volentieri a ogni tipo di sacrifico per non perdersi una partita. C’è bisogno di sognare e di vivere qualche favola, come il Leicester cenerentola della Premier diventata regina con Claudio Ranieri.

C’è la tristezza che non ha mai fine di fronte alle tragedie, come lo schianto del Grande Torino a Superga. Ci sono l’impotenza e l’imperizia nella morte di Piermario Morosini, ucciso dalla mancanza di un defibrillatore in campo. C’è anche qualcosa di apocalittico, ricordando il mitico Bill Shankly allenatore del Liverpool più vincente: «Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. È molto, molto di più».

Ne abbiamo viste tante, comprese le schifezze ripensando al doping e alle scommesse, fino agli strafalcioni del tipo «Lo stopper, inesorabile, si è attaccato al centravanti come un’edera allo scoglio» oppure «E il bomber, palla al piede, è entrato in rete come un carro armato, a vele spiegate». Ci appartengono i giganti alla Giuàn Trapattoni, che dopo una sconfitta del Bayern ebbe a litigare con la grammatica e la sintassi nel tedesco maccheronico che suonava più o meno così: «Ein trainer ist keine idiot, un allenatore non è idiota. Strunz è uno strunz!

È due anni qua, ha dieci partite giocato, è sempre infortunato. Cosa promettiamo? Strunz! Io avere terminato».

La Germania ne rimase affascinata tributandogli l’omaggio con «Grazie Trap!» (titolo del Die Woche), fino a consegnare «Io avere terminato» ai dizionari come sinonimo di «parlar chiaro». Un altro Trap l’aspettiamo volentieri.

Piace meno questo calcio a chi ha vissuto quello degli anni Ottanta, tra l’Italia campione del mondo in Spagna e l’approdo degli stranieri migliori in circolazione.

Era fatto anche di eccessi, pensando a Maradona che avrebbero potuto far fuori al primo controllo antidoping, lasciando da parte le beghe col fisco. In quel periodo c’erano Platini, Boniek, Zico, Falcao, Socrates.

Il meglio del meglio, senza allungare l’elenco corposo. Li avevamo capiti gli eccessi del Pibe de Oro. «Se stessi con un vestito bianco a un matrimonio e arrivasse un pallone infangato, lo stopperei di petto senza pensarci», ci consegnò tra le perle di una saggezza che non c’era, sopraffatta da un sinistro capace di tutto.

Alle nuove generazioni è stato consegnato un calcio frenetico e schizofrenico, con le tensioni che prevalgono troppo spesso sulle emozioni.

Niente a che vedere con il romanticismo di un passato lontano benché sempre vivo, che la penna illuminata del maestro Gianni Brera descriveva così: «Il calcio costituisce oggi con la musica leggera il solo sfogo dinamico e culturale d’una popolazione nelle cui vene è ormai dubbio che perdurino molti globuli ereditati dai santi e dagli eroi, dai navigatori e dai martiri ai quali si rifà graziosamente la storia imparata a scuola».

Oggi si tiene tutto a freno per un po’ e poi si sbotta, come ogni tanto fanno De Laurentiis e Ferrero, sino a Commisso ultimo arrivato e già in perfetta sintonia con il lamento della vedova quando si perde (l’arbitro alibi dei perdenti resta sempre di moda).

Si tengono a freno perfino i vezzi, come le sigarette di Sarri (sostituite dallo stuzzicadenti dopo il divieto di fumo in panchina), sulla scia del vizio che hanno Buffon e Szczesny, tra gente del pallone che non ha mai avuto problemi a farsi vedere che fumava: dal sigaro di Lippi a Mazzarri e Ancelotti, da Balotelli a Vialli, Rooney, Verratti, Zidane, Barthez, Cruyff.

In anni dorati si tramandavano i racconti sulle reazioni di fronte a certe storie, come quella volta che Giovanni Agnelli nel test estivo in famiglia a Villar Perosa vide Michel Platini che sulla porta dello spogliatoio si stava allacciando una scarpa con la sigaretta accesa in bocca. All’improvviso calò il gelo.

L’Avvocato si era sorpreso di trovare il campione a fumare nell’intervallo. Ma il francese non si scompose minimamente e guardando il compagno di squadra Massimo Bonini, gli diede una pacca sulle spalle nude per poi alzare lo sguardo verso L’Avvocato – dopo essersi goduta l’ennesima lunga tirata – rispondendo semplicemente: «L’importante è che non fumi Bonini, è lui quello che deve correre».

L’ironia del passato non c’è più. Da «Rigore è quando arbitro fischia» di Vujadin Boškov a «L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo, peccato che ci siano le partite» di Nils Liedholm. Ora si va sul ricercato e per gli slogan i campioni e i personaggi più in vista si consigliano con i guru della comunicazione di cui si circondano.

A Lionel Messi, per esempio, è venuto in mente che «nel calcio, come nel settore dell’orologeria, il talento e l’eleganza non significano nulla, senza rigore e precisione».

Espressioni del genere – più sofismi che altro – passano restando sempre cento passi indietro rispetto alle qualità sul campo dei protagonisti che le dicono.

Meglio ricordarsi che si può sognare di allenare e vincere tanto pur non essendo stati dei campioni sul campo: «Non devi essere stato cavallo per essere un bravo fantino», rispose Arrigo Sacchi a chi gli chiedeva come potesse guidare il Milan uno che aveva giocato solo nei dilettanti.

Ci ha dato tantissimo il calcio di ieri e sarebbe bello se un po’ di quella magia tornasse.

Non è la nostalgia canaglia a farsi largo, ma la consapevolezza che certa naturalezza serve e la si può riscoprire anche nel calcio delle pay tv e del Var. In fondo, come diceva Pelè, «non c’è niente di più triste di un pallone sgonfio».

Massimo Boccucci

Direttore Responsabile Infopress agenzia giornalistica

Firma del Corriere dello Sport-Stadio

 

 



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