TIBERIO MITRI E LA TRAGICA STORIA DI UN PUGILE AMATO COME POCHI ALTRI

alle prime ore del giorno l’Italia scopre di avere perso un campione che ha amato come poche altri. Per qualche ora quel corpo straziato è rimasto senza un nome. Poi la verità: l’uomo diviso in due da un treno, alle 6:48 del mattino, era Tiberio Mitri.
La scena della tragedia è all’altezza del ponte di Porta Maggiore a Roma, vicino ai capannoni delle Ferrovie: otto binari che costeggiano un muro, subito fuori dalla Stazione Termini.

Il treno Roma-Civitavecchia delle 6:40 ha già preso velocità. Il macchinista si accorge, nel buio del mattino, di un uomo che cammina al centro del binario. Suona tre volte il segnale di allarme, ma non si sposta: la frenata è lunga, ma inutile. Aveva occhiali da vista, vestito con un giubbotto blu, un maglione con sotto la giacca del pigiama.

Nei pantaloni conservava la ricevuta del pagamento del canone televisivo e il passaporto. Saranno gli unici elementi che consentiranno l’identificazione.

Tiberio Mitri, nato a Cavana (Trieste) il 12 luglio 1926. Morto a Roma il 12 febbraio 2001. L’epitaffio sulla tomba era già pronto. L’aveva scritto lui stesso, molto tempo fa, nel libro “Una botta in testa” in cui raccontava la sua vita.

Una carriera da pugile professionista cominciata subito dopo la guerra, quando per chi aveva perso un marito, un figlio o un padre le ferite non riuscivano a chiudersi.

Agli inizi degli Anni Cinquanta il grande sogno travolgeva la vita di questo ragazzo triestino. Era bello Tiberio, boxava bene. E aveva una moglie dalle curve generose. Fulvia Franco era stata eletta Miss Italia nel ’48, inseguiva il mito del cinema e gli Stati Uniti, soprattutto la costa californiana e Hollywood, sembravano una grande occasione anche per lei. Erano i tempi in cui le donne di successo portavano le gonne al polpaccio, avevano vitini di vespa, cappello e guanti in ogni stagione. Le maggiorate, così le chiamavano, avevano qualcosa in più. Forme generose da esaltare in abiti che strizzavano il corpo.

Tiberio aveva vinto a Parigi contro Dauthuille, aveva pareggiato a Londra con Dick Turpin, aveva conquistato l’europeo a Bruxelles contro Cyrille Delannoit, lo aveva difeso a Parigi con Jean Stock. Adesso c’era il Toro del Bronx, il Toro Scatenato che sarebbe stato raccontato molti anni dopo in modo meraviglioso da Robert De Niro nel film di Martin Scorsese.

Su quel match è stato detto e scritto di tutto. Frank Carbo l’avrebbe messo in piedi disegnando anche il finale, LaMotta si era lasciato convincere. Il vice-capo della famiglia si sarebbe arreso solo quando quel biondo italiano aveva mostrato a tutti che il Mondiale non l’avrebbe mai vinto. Non era l’uomo giusto per lui. Toro Scatenato aveva aggredito il ragazzo italiano dal primo gong e si era fermato solo dopo l’ultima delle quindici riprese. Tiberio era rimasto in piedi, coraggioso nella bufera. Ma aveva perso quasi ogni round di quella sfida, anche se due giudici su tre avevano faticato a registrare quella sconfitta: Bert Grant 8-7 per La Motta, Joe Agnello 9-6, Mark Conn 12-3. 

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