QUEL BASKET CHE MANCA COSI’ TANTO …

Se si potesse spiegarlo, il basket, saremmo tutti poeti. Questo perché non c’è niente, assolutamente niente, che non sia poetico nel basket. A partire dal campo: sembra disegnato da un futurista impazzito. Linee che vanno, linee che tornano, alcune sono rette ed altre solo tratteggiate. Eppure tutto appare così chiaro, da bambini, in un campo di basket. Due mani (le tue) un pallone (non necessariamente tuo) e un cestino, in alto, dove metterlo. Il resto è pura poesia.

E fa male, fa molto male, in questo periodo, non poter vivere di basket.

Con il canestrino nella propria stanza e una pallina tirata chissà quante volte sul muro prima di fare canestro nelle interminabili ore di studio, nelle crisi amorose, o più semplicemente perché ci si annoia, mentre là fuori, sul basket, tutto tace. E allora un pensiero sorge da questi momenti di nostalgia, ma più che un pensiero, una domanda: perché questo sport è così dannatamente bello?
Sembra una domanda stupida, ma se poi passi davanti ad un campetto sotto il sole cocente di agosto e vedi ragazzi e ragazze sudate che si rincorrono e si divertono dietro un pallone grande come un’anguria, allora capisci che una risposta la devi trovare.

Io, che sono un cestista (dignitosamente scarso) da quando ero un bambino di tre anni, questa risposta la sto cercando. La cerco nelle partite, tristissime, di Nba senza pubblico. La cerco nei palazzetti vuoti che aspettano e chissà per quanto aspetteranno di essere ripopolati e vissuti come luogo di crescita e come campo di battaglia. La cerco nelle magliette comprate dei miei idoli. La cerco un po’ ovunque, come immagino molti di voi.

Che poi già lo so, che appena ritornerò, lì sul campo a sparare hairball sperando di segnare anche solo una volta da tre, non dovrò neanche pensarci tanto che ce l’avrò già in mano, la risposta. Perché il basket è così. Puoi parlarne finché vuoi, ma l’unico momento in cui tutto si fa chiaro e semplice, è proprio lì, in quei venti metri di campo con le linee che vanno dove vogliono. E allora la mente viaggia, ed eccoti il ricordo di quando, in quella partita lì, hai fatto quella giocata, che l’allenatore ti ha detto ”bravo”, e lì, sì, in quel momento lì, con gli studi che ti assalivano e con le ansie di mille altre preoccupazioni, lì ti sei sentito un uomo. Che ci volete fare ragazzi, così va il basket.

Se proprio c’è una cosa che può avvicinarsi alla risposta, credo sia il tempo. Perché se ci pensate, il basket, è l’unico sport nel quale il tempo, più si avvicina alla fine, più si dilata. Come se il destino, in qualche modo, lo sapesse che sta arrivando il tuo momento. E quindi lo prepara, lo cura, lo allunga più che può, questo tempo.

Così che in quei minuti di timeout, in quelle lunghe lamentele per un fallo, nell’azione organizzata per gli ultimi tre secondi di una partita, tu lo sai che quel momento lì, quello, potrebbe essere il tuo. Sia che sei in difesa, sia che sei in panchina, sia che sei seduto su una poltrona a casa con dei popcorn in mano e uno sguardo che dice una e una sola cosa, ma l’unica che si può veramente dire: “mettimi in campo coach”.

La vita, ahimè, non si prenda cura del tempo come il basket. La vita è imprevedibile, è rischiosa. Tutto si può ribaltare irrimediabilmente con o senza la tua volontà. Il basket, invece, è tutta un’altra partita. Perché si vince e si perde uniti, ma nonostante questo, alla fin fine, rimane sempre una gara contro te stesso, per capire chi la spunta al suono della sirena: te o gli infortuni, te o i fallimenti, te o le tue paure.

Probabilmente non è granché come risposta ma è, fino ad ora, quella che ho trovato io. E anche se un giorno ne troverete una di queste risposte, voi cari cestisti e amanti di questo sport, lasciatevi dare questo consiglio: non smettete mai di cercarne di nuove, perché il basket è un viaggio che dura una partita così come un’intera vita. Ed è un viaggio che si fa insieme a tanti altri appassionati, a tanti altri sognatori, e forse l’unico modo di trovare la risposta è cercarla insieme.

Quindi torna presto caro basket, perché ci manchi, ci manchi da morire.

L’unica cosa di cui sono certo, però, è questo.
Come si fa a non amare questo sport?
È molto semplice.
Non si può. Non si può proprio.
Così va il basket.

Tommaso Leotta  – tommaso_leotta98@outlook.it

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