GLI IMPAREGGIABILI. LA RADIO DI ENRICO AMERI …

 

Toscano di nascita, genovese di adozione, la storia professionale di Ameri è quella tipica dei primi anni della radio e della televisione: gavetta, versatilità, totale dedizione al mestiere, molta improvvisazione e anche qualche attenzione per non farsi travolgere da colleghi in ascesa. Così, solo più tardi, e per deciso intervento dei superiori, il suo carattere si era ammorbidito, il suo vocabolario si era arricchito di frasi di cortesia.

Molti ricordano ancora un suo clamoroso epiteto, rilanciato da un incolpevole microfono che non doveva essere «aperto», rivolto con molta probabilità a Ciotti che tirava in lungo il suo intervento. Così come non gli piaceva «firmare» i passaggi di linea (in gergo si dice «firmare» quando si cede il microfono a un collega e lo si nomina per nome: «A te la linea, Sandro!», al posto di un generico «Passiamo la linea al Comunale di Torino»).

Ecco, solo un confronto con il «rivale» Ciotti ci aiuta a chiarire il personaggio Ameri. Del resto, è tutto il mondo dello sport a vivere sul dualismo, sulla rivalità accesa, su Coppi e Bartali. Mentre Ciotti tendeva sempre più a fare interventi di tipo commentativo, con un lessico vagamente colto e distaccato, le «tirate» di Ameri erano cronaca pura, basata sul ritmo serratissimo e sulla totale mancanza di pause. Ameri rappresentava in qualche modo la radio nella sua essenza, amplificazione della voce e insieme altoparlante, velocità e drammatizzazione.

In realtà, Ameri possedeva uno stile molto personale nel reinventare l’avvenimento sportivo. A lui toccava sempre il «campo principale», cioè la partita ritenuta la più importante. Ma se anche avesse dovuto raccontare quella più insignificante, attraverso la sua parola pastosa e passionale, la sua cadenza, il suo entusiasmo questo incontro sarebbe diventato comunque un avvenimento eccezionale. Quelle sue improvvise accelerazioni, quelle impennate di voce, quelle perentorie urlate avevano il magico potere di rendere interessante la più scontata e banale azione di gioco.

Molti ascoltatori erano così sedotti dalla sua voce che spesso, in occasione di incontri trasmessi in diretta, preferivano eliminare il sonoro della tv e piazzare la radio sotto lo schermo. Era un momento questo in cui ci si accorgeva anche degli errori, delle interpretazioni, dell’arbitrarietà di Ameri. E tuttavia, erano tracce vive per capire come Ameri sapesse ricreare l’evento sportivo. Ameri non conduceva la vita brillante e da scapolone di Ciotti, si occupava esclusivamente di calcio. Nicolò Carosio e Nando Martellini gli avevano sbarrato, in passato, la strada delle telecronache, Aldo Biscardi gli aveva sfilato via il «Processo del lunedì». Insomma non era propriamente baciato dalla fortuna e assumeva spesso l’aria di un sopravvissuto in un mondo dove l’improvvisazione e la presunzione avevano fatto presto a dilagare.

Il congedo. E’ il maggio del 1991, le partite sono terminate da un’oretta. Lo studio centrale di «Tutto il calcio» saluta e ringrazia l’ultimo intervento del collega che sta per andare in pensione.Da Genova, Ameri chiede scusa a tutti, accomiatandosi dalla trasmissione, da trentasei anni di dirette, da 1600 partite raccontate, da una fetta della nostra vita che in quel momento si dissolveva nell’aria. Come un vecchio guerriero aveva brandito il microfono fino alla fine, bofonchiando solo un pò: contro l’età della pensione, contro l’ingratitudine di Biscardi e, con una battuta fulminate, contro l’eterno rivale: «Quando Ciotti fa un’intervista ti ricordi solo di Ciotti».

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