CARLO BRUNI, UN ATLETA A TUTTO TONDO…

Carlo Bruni, arzillo ottantenne, ancora attivissimo, è stato un atleta a tutto tondo e, oltre a giocare a pallacanestro, si cimentò anche con il calcio, giocando nella Murialdina, oltre che sviluppare, poi, un grande amore per il tennis. Bruni infatti, tanti anni fa ha costruito dei campi da tennis alla periferia di Viterbo, costruendoci dei campi e organizzando un club: alla veneranda età di chi si avvicina agli ottanta anni, qualche partitella ci è anche scappata ancora.

Sempre sul pezzo, come si direbbe oggi, oltre a un grande piacere di ricordare aneddoti e curiosità di tanti anni fa, ricordare ex compagni di squadre e allenatori, molti dei quali oggi non ci sono più.

I ricordi più datati sono quelli del primissimo campo su cui si è cominciato a giocare a Viterbo. Se è vero che il pionierismo “strutturato” è partito dal campo di Porta Fiorentina, è anche vero che l‘approccio primitivo è avvenuto in pieno centro storico, in via della Marrocca, dove c’era uno spazio denominato Arena Italia”, dive venne importata della terra rossa, abbastanza raffinata, ma non al punto da non sbucciarsi un ginocchio o un gomito, in caso di caduta.

Fu lì, alla fine degli anni cinquanta, che quel gruppo di giovani viterbesi, cominciò a cimentarsi con la palla a spicchi e con e altre realtà regionali, inizialmente solo tramite un Torneo a cui partecipavano Viterbo, Rieti, Roma e Frosinone.

Poi arrivò l’idea di Porta Fiorentina, dove era stato tentato un campo di tennis unitamente al chiosco del bar, con dei tavoli che arrivavano, praticamente fino a bordo campo.

In quel periodo un giovane Giulio Andreotti era spesso a Viterbo, a far  politica, a cercare di accontentare molti suoi elettori, soprattutto sul fronte del militare, visto che era ministro della Difesa. Lo stesso Bruni, ad esempio, ne beneficiò e fu trasferito in poco più di ventiquattro ore da Firenze alla città dei Papi, ma anche altri giocatori di quella squadra vennero agevolatati per essere agli ordini dell’allenatore, che veniva da Roma sempre a bordo della propria “Topolino”, di quelle con la lunghissima leva del cambio delle marce.

Ad Andreotti fu chiesta una mano per trasformare quello spazio di Porta Fiorentina, icona fondamentale di questo nostro capitolo del libro, in un rettangolo di gioco in cemento, come esisteva già in ante altre città italiane.

Successivamente gli venne chiesta una mano per quanto riguardava l’abbigliamento e i palloni: arrivò a Porta Fiorentina un camion da cui venne scaricata una cassa di legno con i lati di un metro di larghezza e un paio di altezza. Dentro le tute, che non a tutti andavano bene, e le scarpe, non bellissime, né gradire molto dai giocatori, ma era sempre meglio di nulla, una base di partenza per costruirci sopra tanto altro basket viterbese, quello che più volte ha avuto l’opportunità di decollare, ma che ci è riuscito poco e che si aggrappa volentieri ai ricordi e ai racconti dei suoi “Pionieri”.

Quelli che la grande occasione se la sono costruita a … pane e pallone (a spicchi)!

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