IL LIBRO. IL CONTE TOCCHIO VISTO DA DONATO LEONE …

“Tocchio scendeva spesso negli spogliatoi con Annibaldi, in quella stagione non esattamente brillante. – dice Leone – non era uno che partecipasse molto alla vita della squadra, alle trasferte. Ricordo che lui e un altro paio di dirigenti chiamarono me e qualche altro giocatore più esperto per chiederci cosa ne pensavamo di richiamare in panchina Mancini al posto di Persenda, in occasione dell’ultima giornata di campionato. Noi dicemmo che qualsiasi decisione avesse preso la Viterbese avremmo messo lo stesso impegno. Impegno che poi, però, si rivelò vano. Mi ricordo che, insieme a Tocchio, andai ospite ad una trasmissione della tv locale ed arrivammo a bordo della famosa Rolls Royce, che, come sempre, richiamava qualche curioso, perché non capitava tutti i giorni di vederne una da vicino. Qualcuno fece anche delle battute su quella auto, così come sul titolo nobiliare, ma io non ho mai avuto alcun elemento per pensare il contrario. Avevo comunque deciso di cambiare aria, alla fine della stagione, e scelsi Frosinone, anche se Pino Petrelli e Nello Di Nicola mi avevano fatto una corte asfissiante per portarmi ad Avezzano. Accettare quella proposta, però, avrebbe significato interrompere la specializzazione di una professione che mi stavo costruendo ed anche mio padre fece del tutto per farmi togliere dalla testa il trasferimento in Abruzzo”.

Un Leone senior che era un ottimo sarto e confezionava vestiti di pregio, alcuni dei quali, probabilmente, venivano acquistati anche da Annibaldi e dagli amici che frequentava in quel periodo. Uno in comune era Franco Califano, che, ironia della sorte, morirà proprio nello stesso anno di Tocchio. Al “Pascià”, Califano arrivò persino a cantare gratis, proprio in virtù dell’amicizia di ferro con “Franco”, il patron, l’istrione, il copresidente della Viterbese. Molti ricordano il suo perdurante “look anni ’70”, i pantaloni bianchi, camicia bianca, cappello di paglia, occhiali neri, catena al collo. Eppoi donne e macchine, tutte belle, come le spiagge e locali notturni che frequentava. E la voce, considerata da molti da “poeta maledetto”, di uno che si era attaccato in modo amabile all’ormai terra adottiva del mare toscano. Una volta, un martedì pomeriggio, alla Palazzina si presentò proprio Califano. In pochi attimi si diffuse la voce che era lì per firmare dei documenti che sancissero il suo ingresso in società, nella Viterbese. Non era vero niente, come facilmente intuibile: il “Califfo” era allo stadio solo per far visita all’amico Gianfranco e andarsene insieme a lui al termine dell’allenamento. Di tutto ciò ne parla ancora con grande entusiasmo Enrico Minozzi. Di quegli anni, del cugino Conte e di tutto ciò che girava attorno. Ha una luce gioiosa nello sguardo quando mostra alcune foto. Inevitabilmente, ci infila anche una della sua attività giornalistica, degli anni forse più belli della Roma.

DAL LIBRO “BEL CALCIO SI SPERA”

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