IL LIBRO. GIGI RIVA E LA GENTE CON GLI ATTRIBUTI …

Sono lontani i tempi di gente con gli attributi, come Janich, come lo stesso Riva, il quale apostrofò in modo vivacissimo Concetto Lo Bello, quel giorno che il Cagliari stava rischiando di perdere il suo scudetto a Torino, contro la Juventus. Lo Bello – a detta di tutte le cronache giornalistiche – si inventò un calcio di rigore a favore della Juventus, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia calcistica. Riva davanti a tutti a protestare, come un guerriero a cui vogliono sbarrare la strada del combattimento, come un primattore a cui vogliono rubare l’onore del proscenio.

Parole anche dure, che Lo Bello, però, fa finta di non sentire, perchè – allora – gli uomini di calcio erano cosi, rudi, duri!

Sul dischetto va Haller, il Tedesco, e Albertosi compie il miracolo e para il calcio di rigore. Tutti addosso al portiere, forse il più bravo della storia italiana, per quel capolavoro. La tensione di qualche minuto prima si trasforma in gioia smisurata. Finchè non arriva la doccia gelata: Lo Bello fa ripetere il calcio di rigore! Sembra impossibile.

La rabbia si raddoppia, si triplica. Le parole uscite da quelle bocche furibonde non si etichettano facilmente e la disperazione colora i volti di Riva e dei Suoi, dopo il gol di Anastasi, chiamato sul dischetto per la ripetizione. Una stagione trionfale squarciata da un incomprensibile errore, doppio errore. Da un codice d’onore non scritto, probabilmente, Lo Bello estrae la soluzione del problema, rendendosi evidentemente conto di averlo commesso davvero, quell’errore, dalle proporzioni devastanti per il Cagliari. E allora regala un rigore anche ai Sardi, che Riva trasforma con rabbia, salvando la stagione, regalando all’Italia una inedita “gemma” calcistica, il trionfo di una regione vissuta sempre all’ombra degli altri.

Riva e Lo Bello che si stringono la mano alla fine della partita sembra un po’ lo stesso saluto di due grandi pugili che se le sono suonate sul ring senza risparmiarsi. Qualcuno afferma – ma manca la prova documentale –  che Riva disse a Lo Bello: “e se io avessi sbagliato il rigore?” Rispose il Siciliano, senza scomporsi troppo: “nessun problema, ne avrei fischiato un altro!”

Quel calcio lì era bello pure per questo, perché era fatto da persone vere, che non le mandano a dire, che non avevano bisogno di procuratori o uffici stampa. Che non avevano bisogno delle riprese televisive per diventare “immortali”. Le immagini, peraltro, erano ancora talmente brutte che era assai più importante vederli con gli occhi, dalla tribuna, i gol, per ricordarli davvero. Era il calcio che regalava anche quattro “moschettieri” cagliaritani alla spedizione messicana degli Azzurri del ‘70, qualcosa di incantevole, se si esclude la batosta della finale, con Riva e compagni crollati, però, solo nel secondo tempo, contro la squadra forse più forte di tutti i tempi.  E non era un calcio schiavo degli schemi, ma impostato sulla bravura dei giocatori e sulle intuizioni tattiche di un allenatore come Scopigno, che, a un certo punto, capì che un centrocampista come Cera sarebbe diventato un libero eccezionale, perché avrebbe aggiunto tanta classe in più alla difesa. Fu la fortuna dello scudetto del Cagliari, fu la fortuna della Nazionale!

DAL LIBRO “BEL CALCIO SI SPERA”

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