IL LIBRO. GIGI RIVA E IL RITIRO PRECAMPIONATO NELLA TUSCIA …

E’ una stagione – quella iniziata con il ritiro nella Tuscia – poco fortunata per Riva, che inizia addirittura solo alla dodicesima giornata, dopo che Radice aveva preso il posto di Chiappella, contro la Fiorentina, con un gol su rigore. “Rombo di tuono” giocherà soltanto otto gare, segnando due reti. Gli infortuni hanno il sopravvento e lo costringeranno a  la strepitosa carriera  nel febbraio del ’76. La sua ultima partita fu Cagliari-Milan. La sua ultima azione di gioco, lo scontro fatale con Aldo Bet. Era “sopravvissuto” a tanti infortuni – a quel tremendo colpo dell’austriaco Hof, che gli spezzò in due la gamba – ma stavolta era davvero finita!

Rimane un “mito” del calcio italiano e una icona sarda di inalterato splendore: il Cagliari, nel duemilacinque, ritirerà la sua maglia, la storica numero undici.

Rimane uno dei più discreti, che ha saputo gestire in silenzio anche alcune passioni, che a pochi erano note. Come, ad esempio, la passione per la musica di De Andrè. Riva, nell’estate del ’69, chiese a un ex-compagno di squadra di organizzare un incontro, a Genova, al termine di una trasferta contro la Sampdoria. Si incontrarono e si salutarono, ma la timidezza e la diffidenza resistette un bel pò. Ci volle il whisky per rompere il ghiaccio. Qualche bicchiere e le lingue si sciolsero. De Andrè parlò della sua preferenza per la notte, la sveglia all’ora di pranzo, l’amicizia con Luigi Tenco. E’ quasi l’alba, quando i due si salutano. De Andrè rimane con la maglia numero undici in mano e Riva se ne va con la chitarra con cui il cantautore aveva intonato alcuni dei suoi successi. Il piacere di ascoltare quella musica rimarrà per sempre. A casa, ma anche durante le trasferte, in pullman, visto che Riva, a causa del mal d’auto, sedeva al primo posto e poteva gestire il mangianastri vicino all’autista.

Era nato di martedì, sotto il segno dello Scorpione, il segno di Lutero, Maometto e Dostoevskij, una costellazione che gli astrologi considerano propizia agli atleti.

C’era la guerra e tuonava il cannone. Sul campo di calcio dell’oratorio, a due passi da casa, il piccolo Gigi scoprì, ben presto, il pallone, unico sfogo e divertimento di molti bambini “poveri”, quando la gente – qualche anno dopo – era molto più equilibrata, quando aveva la forza dei nervi distesi, come recitava uno storico slogan di “Carosello”. In quel caso fece un sorriso, Riva, l’uomo che aveva già più volte detto no alla Juventus e a Agnelli, che disse – successivamente – “no, grazie” a Pelè e ai tanti dollari dei Cosmos di New York. Rimase fedele ai suoi ideali e alle sue emozioni, l’uomo capace di segnare trentacinque gol in Nazionale, un record ancora mai battuto. L’uomo che ebbe l’umiltà e la sapienza di dire: “il calcio mi ha dato ciò che da ragazzo non ho avuto: amici, soddisfazioni, un lavoro. Se non facessi il calciatore, avendo un lavoro e dovendo io pagare per il calcio, giocherei lo stesso, per quanto lo amo”.

Un amore mai svanito, neanche nei momenti più drammatici, neanche quando il terribile intervento da dietro del difensore austriaco gli fratturò tibia e perone, causando anche il distacco dei legamenti della caviglia.

Senza quel gravissimo episodio, che tenne lontano Riva dal campo di gioco per molto tempo, sono in molti a pensare che il Cagliari avrebbe conquistato due scudetti consecutivi, visto che era partito bene in campionato e in Coppa dei Campioni. Strinse i denti e soffrì in silenzio, facendo perno su quelle qualità interiori innate, quelle dell’ex ragazzino di Leggiuno, rafforzate dalla tempra della gente delle sue parti, che ascolta molto di più di quanto parli.

Gente riservata, che centellina le parole, se viene chiamata in causa. Qualità, forse, anche affinate dalla “convivenza” con l’allenatore che, insieme a lui e a quel manipolo di quasi sconosciuti calciatori, diventò poi il simbolo di una regione intera. Manlio Scopigno, l’allenatore dello scudetto, gli insegnò anche a ironizzare su qualche amarezza della vita.

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