IL LIBRO. IL CALCIO, LA VITERBESE, LA GENTE, AL TEMPO DEL CORONAVIRUS …/2

Qualcuno non si rese davvero conto della gravità della situazione. C’era chi pensava ancora agli Europei da giocare. In pochi si rivelarono più lungimiranti, come nel caso di Vlado Borozan, direttore generale della Vis Pesaro, città che venne successivamente colpita in pieno dal contagio.

“Non credo che questa situazione si possa risolvere in dieci giorni e si possa garantire la regolarità del campionato. Lo ha detto anche il presidente Gravina, che si stanno valutando tutte le opzioni. In una situazione del genere non ha senso fare calcio. Non ci si può allenare, non si può andare in giro, non si può entrare e uscire da certe zone. In Cina hanno sospeso tutto, aspettando che le cose migliorassero, qui si sta mettendo a repentaglio la salute. Spero che i club vengano aiutati in una situazione del genere. In questo momento passa tutto in secondo piano. Non credo si possa uscirne fuori in breve tempo e comunque senza che nessuno venga danneggiato. Un conto è essere in un contesto protetto e tranquillo, un altro, come nel caso nostro, che siamo in zona rossa”. 

Molti tecnici cercarono di dare consigli, affermando che un allenatore, che è anche e soprattutto un formatore, si deve occupare degli aspetti di cultura e di mentalità. In una situazione come questa deve preoccuparsi dell’aspetto culturale, professionale e della giusta mentalità. Salute e valori vengono prima di tutto, il resto – e le leggi economiche – non possono e non devono sovrastare quelle umanistiche, etiche e morali. I giocatori sono ragazzi giovani, che vanno informati e formati, nel contesto sportivo che vivono ma non solo.

Probabilmente si è pensato troppo ai soldi e meno alle persone che morivano. Apprezzabile, in tal senso, il pensiero di Giuseppe Scienza, allenatore del Monopoli, il quale ha voluto “esprimere il mio pensiero inerente al lavoro che svolgo. Quando questo incubo finirà, prima della partita che detterà la ripresa della normalità, vorrei avere insieme alle squadre in campo, infermieri, oo.ss., dottori, addetti alle pulizie negli ospedali, insomma tutti coloro che hanno prestato opera meritoria in questa tragedia, nessuno escluso, e celebrarli con applausi, cori, canti di affetto, stima e ringraziamento. Non varrà molto, ma sappiate che vi amiamo con tutto il cuore”.

DE FALCO. E partì lo slogan “iorestoacasa”, avallato un po’ da tutti, tra i personaggi pubblici e dello spettacolo. Andrea De Falco, centrocampista della Viterbese, è restato a casa. Ha osservato le disposizioni, lui e la moglie Elisa, quest’ultima è in stato interessante.

“Sarà una bambina – dice Andrea. Sul nome siamo ancora un po’ indecisi, ma avremo tanto tempo in questo periodo per discuterne insieme. Stiamo in casa praticamente sempre, esco solo io, esclusivamente per la spesa. Un grande peccato, perché nelle sue condizioni le passeggiate le avrebbero fatto molto bene, ma vogliamo avere una accortezza in più.  I miei genitori vivono ad Ancona e lì la situazione è molto pesante: ci sono un migliaio di contagi. Tutti i giorni mi raccomando che non escano mai di casa, stessa cosa fa mia moglie con la sua famiglia. I miei suoceri vivono in Emilia-Romagna, una delle regioni più colpite, e non essendo più giovanissimi, sono più a rischio. Con i compagni di squadra giornalmente ci sentiamo. Abbiamo una chat di gruppo tramite la quale discutiamo dei vari argomenti che escono fuori. Cerchiamo di tenerci calmi l’un con l’altro, comunque mantenendo un pizzico di ironia, senza cui, in questo momento, diventa veramente tutto più difficile. Penso che il giorno del campionato a porte chiuse poteva già essere un giorno di fermo totale. Noi avevamo anche provato a chiedere di non giocare, perché i rischi erano ormai palesi. Quello era un segnale di qualcosa che stava accadendo. Il primo pensiero che dobbiamo avere in testa è superare questo momento, rispettando le regole, sperando poi di avere la possibilità, nel minor tempo possibile, di fare di nuovo quello che amiamo, nella massima libertà, con il sorriso sulle labbra.

Ero appena uscito dal lungo infortunio: un peccato essermi di nuovo fermato, per me che ero rimasto fermo anche troppo. Diciamo che sono rientrato nel momento sbagliato, ma questa è solo una piccola sfumatura. Son contento di essere rientrato e vorrà dire che noi giocatori sfrutteremo questo periodo per rilassarci, per recuperare da piccoli fastidi, perché il campionato è sempre un po’ stressante, anche se il nostro lavoro è il più bello del mondo.”

DAL LIBRO “BEL CALCIO SI SPERA”

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