27 giugno 1978: Un inferno bianco e celeste

di Giovanni Arpino

Questo è il mio ultimo «servizio» sul «Mundial» e ve lo spedisco direttamente dall’inferno. Un inferno biancoceleste. come potete immaginare. Baires ha ridotto il leggendario carnevale brasiliano di Rio a una festa per la merenda dei bambini. Il titolo di «campebn» che corona i sogni di tutto il Paese costituisce più di una sbronza, più di una guerra vinta, più della conquista lunare. Avevano cominciato col dire, alla vigilia della finale: chi non si sente argentino è un olandese. Di qui l’invito — astuto e allegro, ma anche prepotente — all’urlo, alla partecipazione dei neutrali, al fenomenico «triunfo». La metropoli è una bolgia dantesca, anche se non porta pene, ma solo pericoli casomai tentassi di attraversare una strada. A noi tocca il bilancio, agli argentini solo delirio glorioso, che serve da cena, da casa, da banca, da consolazione. Il football può tutto, anche se dura solo una frazione di secondo. Dopo l’incredibile orgia di pestoni consumatasi nei centoventi minuti del «River», il «Mundial» abbassa le sue saracinesche.

Ancora una volta ha vinto la squadra di casa, come succede persin troppo spesso — e lo sottolineiamo con tre righe di matita rossa — nel calcio moderno. Vinse in casa il Brasile, perché il Messico ’70 era solo una sua propaggine folkloristica, vinse in casa la Germania di Beckenbauer nel ’74, prima aveva vinto (anche lei scippando) l’Inghilterra a Wembley, prima ancora si era classificata finalista a Stoccolma la Svezia del vecchio Liedholm e potè batterla solo il Brasile del giovincello Pelè. Il titolo ai biancolesti di Menotti — che sono riusciti ad alzare le proprie quotazioni in dollari e già fanno le valigie per emigrare sulle gramigne di mezza Europa — trova così una giustificazione e dei precedenti che dovrebbero far riflettere. L’ospite non è mai sacro, quando approda con la sua sacca da viaggio a un «Mundial». Il padrone di casa gli riempirà questa sacca di gol, cerotti, lividi. Per la seconda volta i tulipani, malgrado la loro brutalità, il loro coraggio stoico, il loro ardimento, si sono lasciati sfuggire la corona : mondiale. E’ da vedere se riusciranno a rimettere in piedi una «selezione» di identico valore in futuro: malgrado lo spietato professionismo, certe avventure si pagano.

Ma a noi tocca rivedere il lungo film della spedizione azzurra. A noi tocca dire: grazie «vecio» Bearzot, grazie azzurri, grazie Juventus che hai fornito questi azzurri, grazie Paolino Rossi, che juventino sei solo «in pectore» ma hai sciorinato sull’erba sudamericana la tua intelligenza di fresco «goleador». Dobbiamo ripetere questo «grazie», dobbiamo credere al ricordo che la nazionale ha lasciato di se stessa. Le ultime battute, contro Olanda e Brasile, non debbono annacquare il vino. Contro l’Olanda accadde di tutto, e ancora Bearzot dice: «Ci picchiavano come succede su un ring. Noi eravamo come un pugile con le mani legate alle corde, il viso, lo stomaco ed il fegato scoperti, e loro: giù botte». Contro il Brasile non giocò certo la nazionale autentica, ma una sua controfigura assai poco somigliante. Eppure, in quelle partite, creammo nove palloni-gol e con un minimo di dignità arbitrale, con una briciola di «suerte», con una goccia in più di freschezza, avremmo vinto. E certo ci saremmo ritrovati sull’irregolare erba del «River» per venir «matati» dagli argentini, che pure, ad armi pari, siringammo senza pericolo.

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Grazie, Bearzot, e grazie (uventus. Non lo dico per partigianeria torinese, per un campanilismo che sarebbe davvero idiota. Lo dico perché dietro la nazionale ha «lavorato» molto l’esperienza juventina, cioè la quadratura d’una società che sa governare uomini, programmi, schemi di gioco, caratteri. Una qualsiasi accozzaglia di giocatori anche geniali (se esistessero) non avrebbe espresso identico rendimento, non avrebbe preso identico slancio, che trovi soltanto se scatti da un trampolino comune. Non è un’opinione soltanto nostra, ma di Omar Sivori, di Heriberto Herrera, di Gigi Riva e persino di Luis Cesare Menotti, l’allenatore argentino, criticatissimo per le sue scelte, operate lungo quattro anni di meditazioni e di lavoro, ma che seguendo il «metodo» di Bearzot ha costruito la nazionale vincente, da cui mancano nomi prestigiosi della «pelota gaucha». L’onestà, l’applicazione, la costanza, la fede di Enzo Bearzot hanno ribaltato il cinismo di chi stava a guardarlo e lo ha criticato per mesi e mesi, fino al dileggio da querela.

Ma Bearzot ha potuto raggiungere un traguardo (che certo non lo accontenta, perfezionista com’è) solo perché contava su un grup po d’uomini di provato amalgama, di alta coscienza professionale: gli juventini, appunto, ai quali si aggiunge quel «Pablito» Rossi intelligente e quindi ricettivo degli umori che contano, che stimolano. Il professor Vecchiet ha compiuto un lavoro d’eccezione. Come scienziato spregia giustamente la parola «miracolo», preferiscse indicare anche lui le quanta degli uomini «rigenerati». Perché ti rigeneri solo se credi di potercela fare, se ce la metti tutta, se ti applichi. La miglior me¬ dicina del Club Italia è stata la buona volontà collettiva, un esempio che dovrebbe insegnar qualcosa a tanti litigiosissimi italiani, privi di umiltà e di realismo. Naturalmente l’avventura azzurra non poteva terminare senza una coda polemica, che i soliti vampiri le hanno appiccicato addosso all’ultimo momento: il processo a Dino Zoff. colpevole, secondo le accuse, di aver incassato quattro gol su quattro tremende bordate olandesi e brasiliane nelle due ultime partite.

Fermi tutti, o amici: ricordate quale fu il gol più bello del 1977, votato dall’intera Italia televisiva alla fine del campionato? Fu quello che segnò Romeo Benetti a Firenze, un siluro sparato da fuori area e che a tutti apparve il fulmine di Giove. Ma allora che votazione dareste a Nelinho, Brandts, Dirceu e Haan, al cui confronto la zampata di Romeo ci riappare come il lancio di un garofano? Disabituati a veder calcio in cornice europea e mondiale, legati ai loro gargarismi critici, i giudici che condannano Dino Zoff condannano senza saperlo la loro stessa ignoranza. Dino, privato dell’aureola di Santo, è un notissimo supercritico di sé e del proprio lavoro. Ha detto che una pallonata da quaranta metri un portiere la dovrebbe parare quasi sempre. Io non mi propongo di certo per una «difesa d’ufficio», ma vorrei aggiungere: anche a un uomo d’esperienza come Zoff manca l’abitudine a certe fasi di calcio conclusivo, e manca quindi l’ottica, che va anch’essa allenata. E’ una lezioncina da mandare a memoria, perché a un «Mundial» si va e si torna proprio per far tesoro di nuovo c «saper football».

Qual è stato il grado alcoolico di questo «Mundial»? Dobbiamo dir subito che l’equilibrio iniziale si è mantenuto fino al termine: non per nulla il plotoncino dei «mister» da panchina ha subito falcidie. Nove su sedici hanno dovuto inghiottir rospi e lettere di licenziamento, se non di peggio. L’equilibrio dimostra che calcio sudamericano e calcio europeo vanno scambiandosi insegnamenti, che talora si perdono quando si torna a giocare tra le mura casalinghe, ma talora producono evoluzioni non piccole, non trascurabili. Il fascino del calcio e lo studio che ne deriva diventano persino più acuti se mancano le grandi «stars». Pelé era uomo da condizionare un’intera nazione, quando questa nazione parlava di calcio. Altrettanto accadeva alla Germania, quando «Kaiser Franz» imponeva uomini di sua fiducia. Oggi gli argentini hanno copiato i mediterranei, costoro si ispirano agli olandesi, i brasiliani, pur ruggendo di contraggenio, sanno di dover cambiare strada .anche se il duro Coutinho, che è l’alfiere della rivoluzione sui bulloni, non sa persuadere e attirar simpatie.

Il modulo di una «scuola» cerca di non differire troppo dal «modulo» altrui, la scacchiera pallonara finisce per rompere forzosamente i suddetti equilibri, che solo certe fasi ispirate, solo certi «talenti» riescono a incrinare durante i novanta minuti di una partita. E’ accaduto agli azzurri di Bettega e Rossi, ispirati nel far barcollare le difese avversarie, è accaduto all’Argentina di Kempes, un trascinatore che allo stile e alla potenza di tiro aggiunge un magnifico «cuor di leone». Torniamo a casa. Gettiamo — come tutte le truppe in fuga — i bagagli indispensabili, il vecchio paltò, il maglione sdrucito, le camicie logore. Baires troverà un angolo, tra tanta cartaccia festaiola, dove nascondere i nostri panni all’abbandono. Torniamo a casa per un’estate che dovrebbe aver pacificato il tifoso onesto, quello che parla di calcio senza sprizzar fumo dalle narici.

E’ stato un «Mundial» anche ambiguo. Ha voltato il football in strumento di Stato, che fa godere gli attuali reggitori argentini. L’Europa benché sconfitta (mai una squadra del vecchio Continente ha vinto un titolo in Sudarne: ica) ha recitato la sua parte grazie a Olanda ed Italia. La prima, pur stimabile e talora ammirevole per la ferocia agonistica dei vari Krol e Haan, lascia Baires con la patente di bufalo pazzo (le provocazioni e il pessimo arbitraggio non contano più). L’Italia, invece, ha offerto prove di abilità, giocando, e ancora oggi decine di persone rimpiangono che agli azzurri manchi il secondo posto, ritenuto meritatissimo (ci temevano molto: questa è la verità). Baires, addio. Lo so che non senti questo saluto: stai facendo un tale fracasso da risvegliare anche i pinguini dell’Oceano Antartico. Ti diciamo addio dopo un mese di freddo umido, bisteccone enormi, reciproci interrogativi, dopo trentotto partite e 102 gol, dopo avere speso anche l’ultimo dollaro, grazie ai prezzi in costante rialzo. L’immane corrida è finita, a maggior gloria di chi fabbrica bandiere, scarpe da football, magliette colorate e illusioni populistiche. Of;gi siamo noi, o amico argentino, ad augurarti «suerte» e possibile «felicidad». Non lasciarti ingannare da un «Mundial», che è già svanito, è già vecchio, come ogni storia circense, piccola fogliolina d’alloro non sempre in grado di profumare il ben più duro arrosto della realtà quotidiana.

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