Il calcio di punizione tra i top dell’immaginario collettivo, che strappa il consenso anche al più freddo degli spettatori. E per la verità la Viterbese ne ha avuti tanti di specialisti, sia quelli che usavamo il tiro di potenza, come Boi.

Sfruttando la potenza fecero cose eccelse anche Vuerich e Manfra, anche se alla gente piace di più il tiro “telecomandato”, quello che prese le sue mosse dall’antenato “foglia morta”, tanto caro a Mariolino Corso negli anni sessanta.

Questa tecnica sopraffina si è – via via – ancor più evoluta e i calci di punizione che aggirano, o scavalcano, la barriera, andandosi a piazzare all’incrocio dei pali, son diventati merce sempre meno rara. Non che bisogna essere meno bravi a calciarla, s’intende: è che di giocatori con quest’abilità ora se ne trovano in numero sempre crescente.

Tra tutti, però, Alessandro Frau, dava la sensazione di avere qualcosa in più. Segnò, peraltro, anche in veste di ex, quando tornò alla Palazzina con la Porto Torres.

In quell’occasione il suo allenatore lo aveva imperdonabilmente portato in panchina: lo gettò nella mischia nel secondo tempo e Frau per poco non pareggiava da solo quella gara, aprendo le danze proprio con quel calcio di punizione che, con la maglia gialloblu, aveva suscitato tanto entusiasmo.

La “mattonella” preferita era sul vertice dell’area di rigore: ne derivava un tiro morbido, vellutato, anche troppo facile da vedere, che appariva semplicissimo, quasi come se chiunque potesse fare una cosa del genere.

Invece la magia di quel pallone, che diventava miraggio per il portiere avversario, era solo opera sua, di un grande giocatore e di un bel personaggio. 

Frau gioì tante volte in gialloblu, così come pianse – come tutti – in quel pomeriggio di inizio luglio, nel ritiro di San Martino al Cimino, quando fece le valigie per tornare a casa dopo aver appreso della “mannaia” della Covisoc abbattutasi su una Viterbese sognante fino a qualche settimana prima. La Viterbese era stata esclusa 

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