ciclismo

Ci sono corridori la cui carriera, a dispetto delle vittorie di pregio colte, non ha l’ideale collocamento nella storia del pedale, trovandosi ben più condannata all’oblio di quel che meriterebbe. Quella di Roberto Poggiali, ad esempio, è una di queste, e non rende giustizia ad un atleta che se avesse potuto cimentarsi in un’epoca come quella odierna, fatta di programmatori oltre ogni limite di ragionevolezza, sarebbe stato un campione considerato dai rivali ed omaggiato dai compagni di squadra.

In effetti, Poggiali, fiorentino classe 1941, aveva davvero tutte le carte in regola per emergere, ma si vide tuttavia relegato, non essendo dotato di spunto veloce, al ruolo di aiutante, seppur di lusso, per gran parte di una carriera spesa al servizio di compagni ben più forti di lui, tra questi Felice Gimondi e Francesco Moser, ai quali donò le sue non comuni ed indubbie facoltà. Ciononostante, fu un protagonista del ciclismo degli anni Sessanta e Settanta, un leader non riconosciuto come tale ma poi sempre puntuale nelle cronache di corsa e spesso presente negli ordini d’arrivo. Insomma, per farla breve, un luogotenente con la L maiuscola. E pure un corridore di indubbio spessore, rintracciabile anche in qualche albo d’oro di lignaggio.

Ottimo dilettante, Poggiali vince tra l’altro il campionato italiano di categoria nel 1962 ed una tappa al Tour de l’Avenir, per poi passare professionista l’anno seguente, a ventuno anni e mezzo, senza inseguire il miraggio delle Olimpiadi, programmate per il 1964 a Tokyo. E già alla prima stagione, corsa in maglia Lygie, Poggiali disputa un buon Giro d’Italia, chiudendolo al 24esimo posto e contribuendo alle vittorie in serie del capitano, Vito Taccone, capace di infilare un poker consecutivo e trionfatore anche sul traguardo di Moena e della speciale graduatoria degli scalatori.

Nel 1964, scioltasi la Lygie, il fiorentino approda alla Ignismigliorandosi al Giro d’Italia dove si classifica infine 14esimo, non prima esser stato terzo nella difficile tappa di San Pellegrino vinta dall’altro toscano Franco Bitossi. La crescita tecnica, costante, va di pari passo con lo sviluppo di un acume tattico non secondario, e queste sono le basi per Poggiali di un 1965 d’autore in cui il corridore della Ignis firma con il suo nome una classica di prima fascia come la Freccia Vallone, quel giorno, a dispetto del maltempo, resa “storica” dal debutto al professionismo di colui che diverrà, di lì a poco, il più forte ciclista di tutti i tempi, Eddy Merckx. Roberto si trova nella fuga decisiva a tre con Felice Gimondi e Tommy Simpson e li batte sul traguardo di Marcinelle, con un perentorio scatto nel finale, per poi, al Giro d’Italia, entrare per la prima, ed anche unica, volta nella top-ten, chiudendo ottavo a 19’22” da Vittorio Adorni, dopo esser giunto terzo nella tappa di Firenze, aggiungendo la vittoria nella quinta tappa del Giro di Catalogna che lo vede infine terzo in classifica generale alle spalle di Antonio Gomez del Moral e Carlos Echevarria, compagni di squadra alla Kas.

Nel 1966, sull’onda lunga dell’eccellente stagione appena trascorsa, e con non poche ambizioni di poter dire la sua nelle grandi corse, Poggiali si accasa alla Bianchi, ma complice qualche acciacco di troppo, non trova mai occasione di emergere. Chiude comunque la Corsa Rosa al 22esimo posto, confermandosi abile ma non fortissimo in salita, ed è decimo alla Milano-Sanremo, collezionando quello che risulterà poi essere il suo miglior risultato in una classica-monumento.

Nel 1967 si apre una nuova era per il corridore toscano. Felice Gimondi, che ben conosce le qualità di Poggiali, lo vuole come compagno di squadra alla Salvarani e per Roberto inizia un incessante, e pure redditizio, lavoro di gregariato di lusso, che lo priva comunque di molte delle possibilità individuali. Per un triennio è uomo-squadra d’eccellenza ma non ha più l’onore di tagliare per primo il traguardo, pur giungendo rispettivamente 19esimo (1967), 14esimo (1969) ed 11esimo (1970) al Giro d’Italia, tornando a ruggire proprio le settimane successive alla Corsa Rosa del 1970 quando il capitano gli concede qualche via-libera in più e lui, bellamente, trova modo di trionfare al Giro di Svizzera. Poggiali si impadronisce della maglia “oro” nella tappa di Locarno, a Finhaut è secondo alle spalle di Gimondi che opera, ora, quale gregario ed infine, a Zurigo, ha la meglio di 1’03” del beniamino locale Louis Pfenninger, già vincitore nel 1968, succedendo nell’albo d’oro della corsa elvetica a Vittorio Adorni e lasciando a Felice l’anonimato di un ottavo posto in graduatoria.

Nel 1971 Poggiali vince la Coppa Sabatini e per la prima volta si merita la convocazione in azzurro per i Mondiali di Mendrisio, dove è pedina importante nello scacchiere del commissario tecnico Mario Ricci, chiudendo 34esimo ed aiutando lo stesso Gimondi, battuto solo da Merckx. Nella stagione seguente Poggiali vince, in solitario, il Gran Premio di Cannes, e a fine anno mette la parola fine al sodalizio con Gimondi, passando alla Sammontana di Alfredo Martini assieme all’amico e quasi concittadino Franco Bitossi, originario di Carmignano alle porte di Firenze.

Con la nuova squadra Roberto vince la tappa di Monte Sant’Angelo del Giro di Puglia, conclude il Giro d’Italia al 12esimo posto, è secondo al Giro di Toscana, battuto da Roger De Vlaeminck, ed è nuovamente protagonista con la maglia della Nazionale giungendo nono sul tracciato barcellonese del Montjuic e supportando proprio Gimondi nel giorno in cui il campione lombardo veste la maglia iridata beffando Merckx (e Freddy Maertens) in volata.

Un nuovo capitano, Francesco Moser, ed un nuovo team, la Filotexsi profilano all’orizzonte nel 1974. E per un quadriennio il fiorentino, ancora una volta, svolge alla perfezione il ruolo che lo elegge comunque corridore di levatura internazionale, ovvero quello di luogotenente. Togliendosi anche qualche soddisfazione personale non da poco, piazzandosi spesso e vincendo il Giro del Lazio nel 1974, lasciando Bitossi a 50″, il Giro del Friuli nel 1975, davanti a Gianbattista Baronchelli, e il Giro dell’Umbria nel 1976, dopo che sul traguardo di Perugia era stato terzo nel 1971 e secondo nel 1972. E se al Giro d’Italia figura sempre nei quartieri alti della classifica, con il 20esimo posto nel 1974 e il 12esimo nel 1976, ha tempo, nel declinare di una carriera che arriverà al capolinea nel 1978 in maglia Zonca, di disimpegnarsi con onore al Tour de France del 1975, chiuso al 22esimo posto, altresì vestendo la maglia azzurra anche ai Mondiali di Montreal del 1974, Yvoir del 1975 ed Ostuni del 1976.

N. Pucci

error: Content is protected !!