L’età è spesso un rebus. Talvolta si è troppo giovani e ti dicono che non è ancora arrivato il tuo momento. Talvolta si è troppo “vecchi” e ti dicono – spesso cercando giri di parole anche patetici – che forse non è più il caso. L’esperienza – invece – è quasi sempre un valore aggiunto, così come l’esuberanza giovanile, qualche volta, è la strada maestra per andare avanti nel calcio.

L’esperienza è stata un’arma in più per Stefano Bianconi, uno dei più forti difensori visti a Viterbo, uno di quelli a cui gli anni non avevano assolutamente tolto nulla. Anzi, semmai, avevano donato tanto mestiere in più, quello giusto per essere un grande protagonista in campo, anche ben oltre i trenta anni.

Gialloblu in due riprese: la prima volta nella Viterbese dei “miracoli”, che arrivò ad un passo dalle serie B, trovando – di contro – (come scritto, purtroppo, tante volte – nda) l’onta del fallimento societario.

La seconda volta ci riprovò nella squadra allenata da Chiappini, formazione che avrebbe riscosso – probabilmente – molta più fortuna se avesse avuto alle spalle una società salda. A Viterbo Bianconi ha lasciato tanti bei ricordi e la voglia di rivedere presto uno come lui, il Toscano di San Miniato, che ha stretto un indissolubile rapporto di amicizia con altri due conterranei, il tecnico Carboni, ad esempio, oppure il compagno di squadra Osvaldo Mannucci, diventato ora un “procuratore” di giocatori.

Anche quest’ultimo ha vissuto un “grande amore” – a più riprese – con la maglia gialloblu, iniziando in quella famosa Viterbese degli “scarti” del 2001. Veniva da alcune stagioni qua e là per la serie D (Latina, Colligiana, etc), ma niente di particolarmente brillante. Ed invece quel suo cross, nella prima uscita stagionale di Guardea, che mise il pallone sulla testa di Santoruvo, fecero capire che sarebbe stato un bell’esemplare di calciatore anche in serie C1.

Tante partite alla Palazzina, ma l’ultima volta che ci è tornato – da avversario, con la maglia del Sansovino – non è stata altrettanto fortunata, visto che si è procurato una ferita alla testa, continuando, però, a giocare per più di un tempo con un vistoso “turbante”.

Non poteva che nascere una bella amicizia con lui, come accadeva una volta, prima che il calcio si deteriorasse pericolosamente nei rapporti umani con l’esterno. Amicizia e stima con l’addetto ai lavori, ma anche una alchimia vincente con Viterbo, che nessuno ha mai saputo spiegare fino in fondo. Un amore sbocciato con la città, lo stesso che da sempre ne ha fatto una piazza dove tutti sono venuti “di corsa” a giocare.

Mannucci, quindi, è stato ottimo compagno di squadra di Bianconi, la cui prima stagione fu strepitosa, in coppia con Sibilano, altro giocatore che avrebbe meritato – senza dubbio – la serie A!

Un tandem difensivo pressoché perfetto, in un reparto ben completato esternamente e con un portierino niente male come Paoletti alle spalle. “Omone” Bianconi collezionò trentuno presenze, mettendo a segno anche una rete contro il Chieti.

Nella sua carriera di calciatore rimangono gli anni della serie A e soprattutto quel gol segnato alla Juventus – a Peruzzi – nel ’97, non convalidato dall’arbitro Rodomonti, nonostante il pallone fosse stato respinto dal portiere ben oltre la linea bianca, come mostrarono le varie moviole. A Viterbo, come detto, affina anche un’altra amicizia, quella con l’allenatore Guido Carboni, che seguì come giocatore al Bari (ben sedici presenze in B all’età di 36 anni) eppoi come suo “secondo” al Frosinone.

Davvero ne aveva fatta tanta di strada quel ragazzone che D’Arrigo e Bini portarono a Empoli nel ’94, che si divideva fra la squadra dei dilettanti della Sangiovannese e un onesto lavoro alle Poste appena trovato e che avrebbe fatto ugualmente felice la sua famiglia, anche senza il calcio.

 

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