Sembra ieri, quando c’era bisogno di qualcosa di bello, di profondo, in mezzo a tanta superficialità che ci circonda. Magari una poesia, C’era da andare anche fieri, ma il calcio era, in qualche modo, un’altra cosa. Una domenica pomeriggio, infatti, anzichè scegliere di andare in discoteca, ci ritrovammo sulla piazza di Nepi, dove ci aspettavano tre ragazze. Ci aveva accompagnato con una Mini Minor un ragazzo un pò più grande di noi, che faceva il fotografo.
E ci ritrovammo ad ascoltare la radio della macchina con gli sportelli aperti, ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto”. Era la domenica decisiva per quel campionato, con la Lazio che poteva già vincere il campionato, ma che giocava a Napoli e con la Juve all’Olimpico, contro la Roma.
L’Olimpico, quello romantico, quello di qualche foto in bianco e nero, quello senza copertura, con tanta gente che saliva sugli alberi della collina di Monte Mario per vedere la partita. Quello in cui si cominciavano a muovere diversi ragazzi, nostri coetanei, impegnati con le prime radio libere. Effettuavano dei collegamenti per raccontare le partite grazie a un “gruzzolo” di gettoni che si portavano da casa e che infilavano nella feritoia delle vecchie cabine telefoniche.
C’era una simpatia per la Lazio, che venne un po’ ammaccata dal collegamento da Napoli: annunciava il gol partenopeo e complicava le cose per la formazione laziale. Ma c’era sempre la Roma a tenere a bada la Juventus, no? Macchè, Cuccureddu segnò all’Olimpico e i Bianconeri vinsero lo scudetto, per la nostra delusione. La Lazio ci sarebbe riuscita l’anno successivo, ma la nostre domeniche – e la nostra vita – erano diventate già molto diverse da quel pomeriggio sulla piazza di Nepi.

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