ciclismo

Tutt’altro che gregario è stato Vittorio Adorni, uno di quelli che ha conquistato l’iride delle due ruote. Peraltro in Italia, peraltro nella sua terra. Lui che è uno della zona emiliana di parma e che vinse un campionato del mondo a Imola, laddove l’Emilia si è già infilata nella Romagna.

Non avevo visto in tv il suo trionfo, così come quello, unico, della nazionale Italiana, che piazzò cinque uomini ai primi sei posti. Roba da record imbattibili, così come il suo vantaggio sul secondo classificato, addirittura più di nove minuti. L’ho rivisto anni più tardi, grazie alle “teche” della RAI, con immagini che erano state già abbondantemente superate dalla dirompente tecnologia, ma che avevano mantenuto il proprio fascino. Il romanticismo di quel ciclismo, la bellezza di quegli uomini, la naturalezza di chi aveva compiuto un’impresa memorabile e che aveva il volto di un bambino, a disposizione di tutti. L’abbraccio in diretta con la moglie Vitaliana, interminabile, come quel tratto finale prima di entrare nell’autodromo e alzare le braccia al cielo per ricordare – e ricordarsi – di aver conquistato la maglia iridata, lasciando così tanto distanti, dietro, fior di avversari, compreso Mercks. E’ stato il giorno più bello di uno che sapeva anche parlare bene, di stare dietro una telecamera, con modi garbati. Magari senza particolari contenuti, ma con la forma gentile di quelle di una volta, fatta di gentilezza, un sorriso e niente aggressività verbale. Zavoli, lo volle ospite fisso al “Processo alla tappa”, una volta smesso di correre. Aveva già fatto pure quattordici puntate della trasmissione “Ciao Mamma”. Gli autori erano contenti, ma continuare a conciliare la registrazione delle puntate con la bici era troppo complicato. Anche perché nel frattempo era diventato campione del mondo.

Già, in quel giorno memorabile del sessantotto in cui fece una gran cosa. Con quello smisurato vantaggio su Van Springel che solo nel 1928 si era visto. Era stato in fuga per 235 km, gli ultimi ottantacinque da solo, orba da far venire la carne a gallina. Le parole di Van Looy, che parte e lui lo segue, facendo il vuoto.

Le telecamere lo inquadrano sulla linea d’arrivo, mentre i più immediati inseguitori sono ancora ad una decina di chilometri: roba da fantascienza, con il lavoro eccezionale degli Azzurri, che nel finale si lasciano sfuggire la medaglia d’argento di Van Springel. Arrivano, però, in massa, con Dancelli, che sale sul podio e, immediatamente dopo, agli altre tre, Bitossi, Taccone e Gimondi. Altro che valanga azzurra!

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