Intere generazioni sono cresciute “sfilando” tra quelle infinite bancarelle. quelle della Festa dell’Annunziata, che per Viterbo significava aggregazione, folclore, tradizione. Spesso anche pioggia. Ne ricordo più di una, infatti, di edizioni bagnate, che hanno costretto in tanti a sbrigarsi per tornare a casa, alle bancarelle di smontare tutto prima del previsto. In una di queste ero un bambino. Mia madre mi aveva messo una mantellina rossa impermeabile. In questo modo girammo lo stresso tra le bancarelle, cercando di non allontanarci troppo da casa. Verso la fine di via Cavour c’era un’ochetta in plastica, mi sembra di colore rosso, con le ruotine gialle, con un cordino per trascinarla. Io presi il capo di quel cordino, mentre la pioggia aumentò e ci sbrigammo tutti ad andarcene. Soltanto arrivati a casa mia madre si accorse dell’ochetta, sgridandomi, senza che io compresi fino in fondo perchè. Voleva riportarla alla bancarella e basta. Poi mi perdonò, ma non poteva far finire la cosa lì. Quando la pioggia rallentò, ripartimmo e mia madre andò a pagare quell’ochetta, della cui sparizione nessuno si era accorto.

Era anche il giorno, per molti, bambini, che si toglievano i pantaloni lunghi e si indossavano quelli corti, anche se il tempo era brutto, anche se la primavera faceva i capricci. Tutti insieme., con i calzoni corti, fino al successivo autunno, anche se qualche brutta giornata “regalava” a quei bambini un pizzico di sofferenza in più, ma la tradizione era questa ed andava rispettata!

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