Qualcosa dello spirito infantile rimane anche successivamente, quando nasce il calcetto e i campi ad esso dedicati. “Mercoledì alle ore 21”, dice un messaggino dei primi cellulari. Spesso si è in troppi, spesso non si arriva a dieci. Talvolta c’è da attendere un bel po’, prima di raggiungere il numero previsto. C’è l’anticipatario, che arriva un’ora prima e si ferma ad osservare le partite sugli altri campi  . C’è chi arriva mangiando un panino col prosciutto, chi fumando la sigaretta. Poi ci si ritrova tutti nello spogliatoio a ragionare di donne, quelli che sarebbe meraviglioso abbordare. Poi ci si accorge che manca uno ed allora via alle telefonate, spesso infruttuose. Ognuno indossa una maglietta differente. C’è ancora chi ha la maglia della Germania Ovest o chi quella della Coop. O quella della Termoidraulica Rampini. Ovviamente non si riesce mai a trovare un portiere di ruolo. Quindi si turna, cinque minuti per uno.  C’è il fifone, che la passa sempre al portiere, che non si assume alcuna responsabilità, il contrario del solista, che cerca sempre il dribbling e non passa mai il pallone neanche se circondato da un plotone di esecuzione. C’è l’immancabile “cazzaro”, che pensa ad abbassare i pantaloncini agli avversari e dopo un po’ si disinteressa della partita perché comincia a parlare con la moglie di un amico che è in tribuna. C’è chi di dimena come un forsennato fino all’ultimo secondo e chi, invece, ormai da tempo, staziona sul palo della porta avversaria a chiacchierare col portiere. Quando si torna negli spogliatoi sembra una infermeria improvvisata di un campo di battaglia. Tutti lamentano qualche dolore, qualcuno se ne va a casa zoppicando, qualcun altro si mette le mani in qualche parte del corpo “danneggiata”. Se ne riparlerà il prossimo mercoledì.  

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