ciclismo

Ventiquattro anni, e già due Tour de France in bacheca: nell’estate del 1984 Laurent Fignon è il crack assoluto del ciclismo mondiale. Il primo Tour lo ha vinto l’anno precedente, da debuttante, approfittando anche dell’assenza del suo capitano Hinault. Poi si è presentato al Giro d’Italia e il trionfo gli è sfuggito solo all’ultimo giorno, nella maledetta (per lui) crono di Verona, che ha messo le ali a Moser.

Pieno di rabbia, si è dunque buttato sulla Grande Boucle del 1984, nella quale ha vinto cinque tappe e messo a oltre 10 minuti il tiranno Hinault, nel frattempo passato (non senza polemiche) dalla Renault alla Vie Claire.

Il circuito iridato del Montjuich, promontorio di Barcellona che nel 1973 ha laureato Gimondi, sembra sufficientemente duro per la “pantera gialla”, come viene definito Fignon da Bicisport, nel numero che precede il mondiale. 

In effetti, il parigino alla vigilia è in tutte le liste dei candidati alla vittoria, peraltro in buona compagnia: i suoi avversari si chiamano KellyLemondMoserArgentin e ovviamente (anche se corrono con la stessa maglia) Hinault

La corsa, però, si rivelerà una ecatombe di favoriti, svuotati dall’afa. Tra questi, Fignon, che già a metà gara saluterà la compagnia: «Ho sentito un senso di gran caldo – dirà alla fine – Ho cominciato a bere, a gettarmi acqua sulla testa, ma è stato inutile. A un certo punto mi ha affiancato Kelly, dicendo che accusava il mio stesso malessere. Ci siamo fermati tutti e due».

Il finale se lo giocarono Criquielion e Corti, con l’italiano che fallì di poco l’inseguimento della vita. Quanto a Fignon, il suo feeling con il mondiale rimarrà scarso. Andrà vicino alla vittoria solo nel 1989, a Chambéry, ma dovrà digerire il successo in volata del nemico Lemond, che poche settimane prima gli aveva già tolto il Tour de France per 8 secondi.

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